Il potere dell’atto al tempo della norma

semplificareIl dibattito sul nome del prossimo Presidente della Repubblica italiana non sta raccogliendo grandi entusiasmi e ancor meno interesse. I quirinalisti non fanno di meglio, ma c’è un pezzo del loro discorso che è interessante. Secondo loro il prossimo Presidente dovrà essere una persona con grande conoscenza dei meccanismi di funzionamento della macchina istituzionale, per saper bilanciare i poteri e i contropoteri previsti in Costituzione. Aggiungono che il sistema è talmente complicato che la competenza da sola non basta, serve anche una persona di grande esperienza per sopravvivervi. Sostenere che servano competenza ed esperienza per gestire la complessità del ruolo presidenziale non appare strano, anzi.
Il fatto è che questa stessa complessità burocratica la ritroviamo, a cascata, in tutti i livelli più bassi dell’organizzazione dello stato, fino alle più basilari forme della partecipazione civile: Continue reading

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Il sole di questo strano autunno

4114500234_5b98b27a4f_zIn pochi giorni sono stati pubblicati in rete tre articoli che sono dei perfetti manifesti generazionali, e altrettanto perfette fotografie del presente.
I loro autori sono tutti giornalisti e questo non mi stupisce. E’ la loro cronaca quotidiana lo strumento per raccontare un presente immobilizzato dagli slogan che inneggiano alla grande trasformazione. Per di più sono giornalisti che hanno trasformato i rischi della multicommittenza in un’occasione per generare valore condiviso all’interno di pratiche culturali e imprenditoriali.
Arturo di Corinto (Critica alla sinistra che ha perso il treno dell’innovazione) tratteggia limpidamente e con abilità pittorica di sintesi la frattura tra la “classe in sè” dei lavoratori cognitivi e le organizzazioni storiche della sinistra.
Jacopo Tondelli (Gli stati generali dei vivi nell’Italia moribonda) convoca Gli Stati Generali dichiarando apertamente che “la partita finale la stiamo giocando e non ci saranno tempi supplementari, perché non possiamo buttare via altri venti anni, neanche dieci, neppure tre”.
Marco Liberatore (L’irragionevole speranza) rovescia il luogo comune che vede la speranza come un’ingenua forma di ottimismo e ce la restituisce nella sua dimensione di tensione trasformativa e sovversiva.
I tre autori rappresentano l’apice narrativo di una incredibile quantità di pratiche che da qualche tempo stanno attraversando il nostro Paese e raccontano con grande capacità autoriale i discorsi che si stanno producendo nel moltiplicarsi delle occasioni di incontro, scambio e collaborazione che reti nazionali stanno alimentando.
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