Resilienza ovvero lo spregiudicato invito a innovare

Marzia-Migliora-per-la-Nona-Giornata-del-Contemporaneo-Aqua-Micans-2013-Realizzata-al-Grande-Cretto-di-Alberto-Burri-Gibellina-Ph.-Turiana-Ferrara(Questo post è stato pubblicato il 27.10.2015 sul sito cheFare)
La prima volta che sentii utilizzare la parola resilienza fu nel 2010 ad un convegno che tesseva le meritate lodi della capacità della cooperazione sociale di resistere all’onda d’urto della crisi. In un primo momento credetti di averla confusa con le parole residenza o resistenza, ma ci misi poco a raccogliere le prove che confermavano la mia prima impressione. In rete si trovava già un’ampia sitografia, anche se fu necessario attendere il 2013 perché in Italia la fama della parola esplodesse con tutta la sua forza, attraverso una lunghissima serie di post, articoli, approfondimenti ed eventi.

Come messo in evidenza dall’Accademia della Crusca (2014) “la parola resilienza ha guadagnato, negli ultimi anni, una sorprendente popolarità, tanto improvvisa da favorirne la percezione come di un calco dall’inglese”. Attraverso un processo di traslazione (Czarniawska-Sevon, 1996; 2005) il concetto di resilienza si è spostato dall’ambito tecnico-scientifico a quello dell’ecologia, della sociologia, dell’economia, della psicologia etc. Marco Belpoliti (2015) ne ha tracciato un’ottima sintesi in Resilienza: l’arte di adattarsi.

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Il coworking come strumento di politiche per il lavoro

Schermata-2015-07-10-alle-11.21.39 (Questo post è stato pubblicato il 16.07.2015 sul sito cheFare)
Che quello degli spazi condivisi di lavoro sia un fenomeno è ormai certo. I numeri confermano un’evidenza empirica che ormai supera i confini dei grandi agglomerati urbani. Gli spazi di coworking si sono affacciati anche ai piccoli comuni. Crescono rapidamente e si intrecciano luoghi nati da piccoli gruppi di free-lancer per migliorare le proprie performances professionali, progetti avviati da imprese per aggregare e mettere in relazione professionalità diverse ma complementari e processi di riorganizzazione del lavoro per aumentarne la produttività attraverso una migliore circolazione della conoscenza.
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Partiamo dalla fine

caccia 17-570X330PXEccoci al primo post.
Arriva subito dopo la pubblicazione sulla Rivista Impresa Sociale del “saggio” dal titolo “Oltre la retorica della social innovation” che puoi scaricare qui.
L’ho scritto sperando di contribuire ad aprire un dibattito sull’innovazione sociale. Lungi dal concentrarsi esclusivamente su elementi definitori – anche se una definizione, in parte inedita, c’è – punto sull’analisi della formazione della struttura concettuale dell’innovazione sociale, evidenziandone due elementi critici: l’astoricità e l’acriticità.
Inoltre, propongo di considerare la dimensione del conflitto come parte integrante dei processi di innovazione sociale, perché altrimenti il rischio è che si trasformi in un innoquo sistema di regolazione dello staus quo, perdendo quella vis trasformativa che nelle intenzioni di molti ricercatori – e soprattutto degli attivisti – rappresenta l’elemento centrale di senso dell’innovazione sociale. Idea che pare iniziare a maturare anche la Young Fondation, fondatrice e anima della scuola britannica della Social Innovation.
Buona Lettura!