bando cheFare(Pubblicato su cheFare l’8 giugno 2015)
Quando, criticamente, fai notare che le più note e citate esperienze di innovazione sociale non hanno poi modificato di molto le condizioni di vita della comunità nel suo complesso, ti senti per lo più rispondere che è solo questione di tempo. È solo questione di tempo diventa una risposta frequentemente valida quando tentiamo di indagare fenomeni e processi di trasformazione radicale.
A forza di ripeterlo e sentircelo ripetere abbiamo iniziato a considerare il tempo quasi esclusivamente nel suo svolgimento futuro. L’astoricità, accompagnata dall’acriticità, è diventata uno dei tratti distintivi del discorso contemporaneo.

L’ansia da prestazione insita nei processi di cognitivizzazione del lavoro si è mangiata il passato per proiettarci il più rapidamente possibile nel futuro. In questo modo, però, ne ha fatto le spese anche il tempo presente. Presentati in modo deterministico, acritico e astorico come fenomeni che tendono, quasi per magia, a diventare prevalenti, i processi di innovazione sociale vengono di fatto esclusi dalla narrazione delle trasformazioni in atto e proiettati direttamente nella narrazione del futuro (Il progetto di ricerca Ubiquitos Commons è uno degli strumenti che più di altri ci può aiutare a smascherare questo paradossale fenomeno di atemporalità innaturale e ambivalente).

Paradossalmente, a farne le spese è la dimensione del tempo presente, che più di ogni altra fonda la struttura portante del lavoro cognitivo. Se fino alla seconda metà del ‘900 il rapporto tra lavoratore e lavoro era basato sulla loro separazione e specializzazione, il lavoro cognitivo oggi produce una nuova soggettivizzazione nella quale questa separazione scompare. Il fattore tempo, da unità di collegamento tra i due elementi separati, diventa lo spazio operazionale dei due elementi fusi nel soggetto (lavoratore cognitivo che è di fatto lavoro cognitivo).

Il soggetto diventa il perno dei sistemi di cognitivizzazione del lavoro e in virtù di ciò gli studi sul lavoro cognitivo, di fronte ad una ciurmaglia di individui con storie, traiettorie e prospettive di vita molto differenti, si sono negli anni fortemente concentrati sulla stratificazione dei lavoratori cognitivi stessi, mettendo al centro di queste stratificazioni, correttamente, l’affettività, le relazioni, il capitale intellettuale, le competenze.

Il lavoro, in questo senso, non è conoscenza ma vera e propria soggettività dal momento che il lavoro diviene un continuum tra tempo di vita e tempo di lavoro. È proprio qui che il tema del tempo acquista la sua centralità. Mentre le dimensioni del bios, affettivo oltre che materiale, ci aiutano a comprendere la stratificazione dei lavoratori cognitivi, la dimensione del tempo ci aiuta a comprendere l’essenza stessa del lavoro cognitivo, che è appunto soggettivizzazione.

Il tempo dilatato e il conseguente lavoro gratuito, fondamentali nei processi di visibilità e valutazione del lavoro cognitivo, sono all’origine del dualismo tra tempi di vita e di lavoro che fonda il capitalismo cognitivo nel neoliberismo, aiutandoci così a comprendere la portata e la rilevanza di quell’agitazione del fare che caratterizza il contemporaneo.

David McKean, tempototale

Da un lato si espandono la lean-office o la lean-service e dall’altro forme sempre più raffinate di welfare aziendale, in entrambi i casi il tempo presente, cancellato di fatto dal discorso pubblico sulla produzione di valore a favore del tempo futuro, viene messo al centro dei processi di trasformazione dell’organizzazione del lavoro per aumentare artificiosamente la produttività stessa del lavoro. Si comprime la dimensione del lavoro produttivo, ma si dilata alla totalità della vita quella del lavoro riproduttivo.

Il lavoro diviene così lo spazio dove produrre la propria soggetivizzazione producendo una “fusione di lavoro e lavoratore e, essendo il valore generato dal trasferimento nel prodotto dell’emotività, creatività, socialità e affettività, mette al lavoro le vite intere” e produce un lavoro che è, prima ancora che conoscenza, soggettività (Masiero, 2014). Una parte evoluta e in crescita dei lavoratori cognitivi, impegnata sui fronti dello start up, dell’innovazione culturale e dell’innovazione sociale, porta all’estremo questo processo dilatando i tempi di lavoro all’intero tempo di vita. Si tratta di figure, di cui i mondi dell’innovazione sociale e culturale sono ricche, che operano con forme contrattuali molto diverse e dentro e fuori le imprese come lavoratori autonomi di seconda generazione (Bologna-Fumagalli, 1997).

Il lavoro, in modo militante, fonda il loro intero progetto di vita. Al tempo stesso, però, il fenomeno allarga i propri confini e dà forma a dilatazioni simili anche nei settori più tradizionali del lavoro, supportato dalla diffusione delle tecnologie social che hanno spinto alla produzione costante di contenuti e conoscenza (e quindi ulteriore soggettivizzazione). Il tempo e la gratuità portati nello spazio operativo del lavoro cognitivo fanno emergere una struttura deposta nel mondo e fondata sulla dialettica tra tempo di vita e di lavoro che la cognitivizzazione dei processi di produzione tende a sopprimere a favore di una produzione dislocata lungo l’intera vita come bios-produttivo. Il tempo nel lavoro contemporaneo si dilata, si comprime e si intensifica, rendendo permeabili i confini tra tempi di vita e di lavoro: nel momento in cui il lavoro diventa soggettività il lavoro produttivo diventa lavoro riproduttivo.

L’angolazione del tempo presente in relazione al lavoro cognitivo offre allora una differente prospettiva di analisi “temporale”. Non si tratta più solo di accettare di lavorare a condizioni in alcuni casi umilianti per fare curriculum, per farsi una reputazione, per rendersi visibili, per aspirare in futuro ad una migliore posizione sociale e professionale. Non si tratta solo di accettare il differimento del godimento del valore prodotto ad un tempo futuro nel quale raccogliere i frutti di quanto prima seminato (Nicoli, 2014).

Non rappresenta solo la costruzione di un vantaggio competitivo nei confronti di un esercito di riservisti dal quale la produzione cognitiva può in qualsiasi momento trarre nuove forze fresche, peraltro tutti fenomeni già conosciuti nella storica relazione tra capitale e lavoro.

Il lavoro cognitivo, analizzato attraverso la lente del tempo presente, diviene soprattutto un’attività incessante, continua e auto-prodotta. Esiste quindi una sorta di continuità tra la dimensione di lavoratore intellettuale e quella di imprenditore del sé nel dare forma ad una vita che non ammette tempi improduttivi e che premia la totale dedizione al tempo di lavoro con meccanismi reputazionali, di visibilità e di valutazione (Nicoli, 2015).

David McKean, tempototale

È in questo quadro che i temi della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro e il welfare aziendale diventano centrali nell’organizzazione dell’impresa cognitiva per favorire la produzione di valore. Ma se la produzione di valore nel lavoro cognitivo è legata alla dilatazione del tempo di lavoro (alla faccia del continuo richiamo alla produttività), il valore è un dominio nel quale il potere agisce sotto forma di tempototale e se il tempo è la struttura portante del lavoro cognitivo, allora, il tempo diviene anche il dominio principale dell’azione politica volta ad accelerare o contrastare i processi in atto.

Il lavoro improduttivo e il reddito, assieme al lavoro e all’auto-affermazione, diventano allora i terreni sui quali si sviluppano le ambivalenze del lavoro cognitivo ed è su questi terreni che si possono aprire conflittualità istituenti e nuove operazioni politiche di soggettivizzazione.

Il tema del lavoro improduttivo (e quindi indirettamente anche quello del vero reddito di cittadinanza) acquista allora un significato non più limitato alla protezione sociale dei lavoratori cognitivi ma diviene uno strumento per mettere a nudo le contraddizioni e le storture del lavoro a tempototale. Oggi il tema del basic income viene posto principalmente da chi nel lavoro cognitivo diagnostica una forma di neo-sfruttamento del superlavoro e proposto come strumento redistributivo.

In questa visione, però, viene totalmente trascurato il fato che l’esperienza del processo di cognitivizzazione del lavoro è invece ambivalente: è sia spazio di sfruttamento e auto-sfruttamento, sia spazio di realizzazione e auto-affermazione. Non è un caso che la questione del reddito non sia dirimente per i lavoratori cognitivi (Lavoro conoscenza sindacato. Una ricerca tra i lavoratori cognitivi, Ires 2014), per i quali sono invece più rilevanti le questioni della realizzazione, della formazione continua, dell’innovazione, della responsabilità e delle relazioni.

Dave McKean, tempototale

Bisogna allora fare attenzione a porre la questione del basic income come forma di neo-tutela per il neo-lavoro, perché rischieremmo di scoprire che non è ritenuta dirimente dai suoi stessi potenziali percettori, che potrebbero all’opposto percepirla come adeguamento alle storiche forme di tutela del lavoro dalle quali rifuggono.

Potrebbe invece essere più interessante e potrebbe anche incontrare maggiore interesse da parte dei lavoratori cognitivi stessi un’idea esplicita di basic income come granello di sabbia capace di inceppare gli ingranaggi di dominio della macchina di estrazione di valore dal bios dei soggetti individuali della produzione cognitiva (Keune-Serrano, 2014).

Posto in questi termini il basic income diventerebbe infatti uno strumento che permetterebbe loro di accelerare e potenziare le proprie competenze distintive (gestionali, relazionali e innovative/creative) per perseguire con ancora maggiore intensità l’investimento personale nell’esperienza produttiva.

Piccola bibliografia

Bologna, S. – Fumagalli, A. (1997) Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia.

Keune, M. – Serrano, A. (2014) Deconstructing flexicurity and developing alternative approaches.

Masiero, N. (2014) Lavoro-Conoscenza sincadato

Nicoli, M. (2014) Ipertrofie del soggetto. Una nota su Posture e imposture del lavoro cognitivo.

Nicoli, M. (2015) L’etica del lavoro intellettuale e lo spirito del capitalismo

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