Chi sono gli artigiani dell’innovazione sociale?

socartigianiPrevedo l’obiezione, mi è già stata posta quando ho pubblicato Costruire una comunità di artigiani e artigiane dell’innovazione sociale?: se parliamo di innovazione non potremmo almeno trovare nuove categorie rispetto a quella novecentesca dell’artigiano? Rispondo subito per prendere il toro per le corna. Nel merito. Il referente storico a cui guardo, l’artigiano, non è quello novecentesco ma ancora più “datato” e ha la sua origine nell’inno omerico a Efesto (con la sua indissolubile relazione tra artigianato e comunità), nell’orafo medievale (che trova la sua casa sulla terra dei monasteri e la sua autorità nella qualità delle sue abilità tecniche), nell’originalità artigiana rinascimentale (alla mercè delle relazioni di potere con i mecenati), nella bottega di Stradivari (dominata dal sapere tacito). In tutta questa storia l’elemento comune e continuo è il fine del lavoro stesso, orientato al ben-fare. La scoperta del buon prodotto, della buona manifattura, del risultato eccezionale e della nuova procedura sono il fine stesso dello sforzo profuso nell’opera.Nel metodo (che è anche merito). In questo nostro presente il proliferare di buzzwords genera una forte cacofonia accostando temi, accordi e strumenti errati e discordanti. Se dentro questa cacofonia c’è un accordo che riesce a imporsi come main è proprio quello che invoca il bisogno di nuove note e accordi. Però il ricercare e proporre assiduamente nuovi accordi, suoni, parole, categorie non fa altro che accrescere questa cacofonia funzionale. Per fare un lavoro culturale di critica, nel senso di distinguo, la prima operazione che mi interessa proporre è proprio quella di fermare la cacofonia nello spazio di ricerca e, così facendo, interrompere la performance del discorso mainstream.
Per quale ragione mi interessa la connessione tra uomo artigiano e innovatore sociale? Non si tratta solo di rispondere alla frammentazione contemporanea con il tentativo di ricostruire biografie professionali e personali coerenti, che pure non sarebbe poco per tutelare la salute sociale e psichica di una moltitudine di esseri umani atomizzati e precarizzati. Affermare oggi di essere un innovatore sociale, a livello di enunciato performativo (John Langshaw Austin, 1962), ricostruisce un quadro di senso, così come definirsi startupper, fabber, lavoratore culturale, precario cognitivo.
L’etichetta aiuta, ma non è sufficiente. Cosa c’è sotto l’etichetta? Quali sono le prassi e le procedure che qualificano la categoria? È possibile definirsi solo in relazione agli altri come membri di una comunità? O definirsi solo in relazione agli ambienti di lavoro (incubatori, fablab, teatri)? O non è forse necessario, o quantomeno utile, anche definirsi in sé e per sé? Naturalmente rispondo sì a quest’ultima domanda, soprattutto perché mi permette di mettere a fuoco chi fa cosa, come e perché e di non fondare in modo scontato il perimetro d’azione del soggetto innovatore.
Ritorno ora alla domanda del titolo, Chi sono gli artigiani dell’innovazione sociale?
Nel 1998 Richard Sennett pubblica The corrosion of character. The Personal Consequences of Work in the New Capitalism (trad. it. L’uomo flessibile, Feltrinelli, 1999 traduzione di Mirko Tavosanis). Molto prima che l’economia startuppara, l’inno all’autoimprenditorialità e l’innovazione sociale diventassero mainstream e quindi legittimati socialmente e culturalmente, Sennett ci introduce ai temi della responsività, della reinvenzione della burocrazia, della specializzazione flessibile della produzione e della concentrazione senza centralizzazione (pp. 58-59). Sennet è esplicito e diretto nella sua analisi: “Nella rivolta contro la routine, la nuova libertà mostra un volto ingannevole. Per le aziende e per gli individui, il tempo, svincolato dalla gabbia d’acciaio che una volta lo rinchiudeva, è stato sottoposto a nuovi controlli verticali e a una nuova vigilanza. Il tempo della flessibilità è il tempo di un nuovo potere”. Frammentazione, incoerenza, discontinuità e incertezza descrivono la condizione del lavoro nel capitalismo flessibile descritto da Sennett. Nel tempo flessibile e reticolare dei nuovi lavori sembra impossibile tracciare una continuità narrativa dal proprio percorso professionale, eppure se non si percorre il tentativo di “spremere da queste condizioni” (pp. 123) una seppur minima continuità e uno scopo ci si getta in balia delle onde.
Dieci anni più tardi, ancora in Sennett, le riflessioni iniziate sulle condizioni del lavoro e sul bisogno di trovare strategie per ridare coerenza a vite “patchwork” trovano ampia trattazione in The Craftsman  (trad. it. L’uomo artigiano, Feltrinelli, 2008 Traduzione di Adriana Bottini). È da questo testo che parto per declinare le caratteristiche degli artigiani e delle artigiane dell’innovazione sociale, ricco di spunti e posizionamenti già dai ringraziamenti, come quando Sennet risponde “Fare è pensare” (pp. 9) al filosofo Richard Foley che gli aveva chiesto quale fosse l’intuizione che lo guidava.
Nelle pagine del libro ci sono subito due attributi che dal mio punto di vista contraddistinguono i nostri artigiani dell’innovazione sociale. “Fare un buon lavoro significa avere curiosità per ciò che è ambiguo, andarci a fondo e imparare dall’ambiguità”, muovendosi così in una “zona di confine tra risoluzione e individuazione dei problemi” (pp. 54). Curiosità e interesse per l’ambiguità sono la quint’essenza di chi fonde in un unico percorso ricerca e azione, studio e pratica. Operatori/trici culturali e operatori/trici del welfare sono tra quelli che più incarnano queste propensioni, intrinsecamente connaturate alla relazione con gli oggetti-soggetti del loro lavoro laddove “Alle fasi più elevate di ogni competenza tecnica, si ha un’interazione continua tra sapere tacito e consapevolezza autocosciente, in cui il sapere tacito funge da ancoraggio, la consapevolezza esplicita da critica e correttivo” (pp. 56). Acquistano qui una grande rilevanza i temi dell’expertise e della pratica tanto cari agli operatori sociali e culturali.
Non passano neanche cinque pagine che un’altra caratteristica viene presa in esame, “La storia sociale del lavoro tecnico è in gran parte la storia dei tentativi concreti dei laboratori di affrontare oppure di schivare i problemi dell’autorità e dell’autonomia” (pp. 60). Quando i cooperatori e i freelancers progettano e sperimentano servizi e progetti (che non casualmente si richiamano frequentemente alla parola Laboratorio) che si relazionano, spesso contemporaneamente, con la cittadinanza e le sue istituzioni si chiedono molto assiduamente come ci si governa? “Come ‘governarsi’ esercitando azioni di cui si è l’obiettivo, il campo di applicazione, lo strumento utilizzato e il soggetto agente?” (Michel Foucault, I corsi al Collège de France. I Résumés, Feltrinelli 1999). La volontà di cessare di subire passivamente e acriticamente i cambiamenti è un tratto caratteristico a molti innovatori, soprattutto quando rifuggono dal cliché di incardinare il racconto su improvvisi e catartici momenti di cambiamento e accettano la sfida di vivere nella confusione e nell’ambiguità spontanea dei cambiamenti continui.
Gli artigiani dell’innovazione sociale, però, non si limitano a godere dell’ambiguità e della confusione ma crescono attraverso gli errori, che sanno accogliere e riconoscere come parte integrante di ogni pratica. “La tecnica, dunque, si sviluppa grazie alla costante dialettica tra il modo corretto di fare una cosa e la disponibilità a sperimentare l’errore” (pp. 157). “Mosse false, false partenze e vicoli ciechi” sono all’ordine del giorno ed anzi “l’artigiano che esplora non si limita a imbattersi nel disordine; lo crea volontariamente perché lo considera un mezzo per comprendere i procedimenti del suo lavoro” (pp. 158). Il continuo richiamo alla pratica è il continuo richiamo al tempo che occorre per diventare abile nel proprio campo. Gli strumenti del service design, lo storytelling, il project cycle sono strumenti a cui frequentemente gli operatori culturali e sociali si accostano rabbrividendo, sicuri che sia solo nel fare pensando, nello sporcarsi le mani interrogandosi, la possibilità di inaugurare percorsi inaspettati a volte fruttuosi altre volte fallimentari, ma in entrambi i casi forieri di nuove scoperte o di abilità perfezionate.
Dagli innovatori sociali, alla retorica e al conformismo del lavoro di gruppo viene contrapposto il faccia a faccia del laboratorio “secondo il modello della bottega artigiana” (pp. 59). Mentre “i gruppi hanno la tendenza a restare uniti limitandosi a sfiorare la superficie delle cose” (L’uomo flessibile, pp. 109) e ad assolvere incarichi a breve termine, il laboratorio è il luogo nel quale il sapere tacito si trasferisce per contatto, attraverso la relazione e lo scambio continui tra artigiano e i suoi collaboratori. “All’interno di una squadra, la finzione dell’inesistenza della lotta individuale per il potere o dei conflitti reciproci rafforza la posizione di chi si trova al vertice” e “la finzione della cooperazione tra dipendenti era posta al servizio dell’incessante spinta aziendale verso una maggiore produttività” (L’uomo flessibile, pp. 114). Associazioni, cooperative e comunità di freelancers smascherano il conformismo di gruppo e tentano di incardinarlo in organizzazioni, processi e progetti che definiscono, anche se non una volta per tutte e per ogni stagione, “un superiore che stabilisce i parametri di qualità e che addestra gli apprendisti. Nel laboratorio, le disparità di abilità e di esperienza diventano questione di rapporto faccia a faccia” (L’uomo artigiano, pp. 60). La scelta di questi operatori di lavorare all’interno di organizzazioni collaborative non è funzionale alla produttività bensì alla qualità, dei rapporti di produzione prima e della produzione stessa poi.
Dopo questo lungo (ma necessario, per non cadere nella solita cacofonia) excursus di caratteri che qualificano gli artigiani dell’innovazione sociale, scorrendoli rapidamente mi si forma nella mente l’immagine dei cooperatori e delle nuove comunità di freelancers, o almeno di quelli tra questi che negli ultimi anni hanno dato vita a esperienze capaci di mettere in discussione, o quantomeno criticare, il dato. Perimetrare la categoria, però, non equivale ad uniformare le differenti soggettività ad un tutto indistinto. Invita piuttosto ad un lavoro di analisi delle differenze, del disordine, delle ambiguità, delle relazioni e delle confusioni che trovano il loro ambiente di sviluppo proprio nelle relazioni faccia a faccia del laboratorio.

(questo post è stato pubblicato da cheFare il 12.03.2015)

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