Costruire una comunità di artigiani e artigiane dell’innovazione sociale?

6646459575_5e472ea571_zPoco più di un mese fa un accademico con un tasso di genialità che pareggia solo la sua ruvidezza, davanti ad un gruppo di 30 innovatori culturali italiani, ha duramente criticato i practitioner che con lui dialogavano.
Cito quasi testualmente: “…voi che venite dal mondo delle pratiche, quando vi mettete a fare ricerca scimmiottate noi accademici e diventate maledettamente retorici mentre cercate continuamente di affermare nuovi concetti, coniate nuove parole o elaborate schemi eleganti. Vi permettete di affermare verità che dovrebbero essere proferite solo dopo un’intera vita di ricerca e rielaborazione, perchè la ricerca richiede un paziente lavoro di accumulazione e sedimentazione di saperi…”
Colpito nel vivo e nel personale (in quei giorni stavo terminando la prima stesura di un ebook dove proponevo una definizione originale dell’economia startuppara) ho immediatamente risposto che quella critica poteva anche essere vera ma che quell’atteggiamento è originato dall’urgenza del fare che è connaturato in operatori, manager e imprenditori dell’innovazione sociale, culturale e non. C’era un non detto ma chiarissimo (e presuntuoso) mentre voi vi scervellate su come dovrebbe andare il mondo noi lo facciamo girare e il vostro raffinato pensiero critico arriva sempre quando ormai i giochi sono fatti e il vincitore ha già intascato il bottino.In quel confronto c’era poco o nulla di nuovo: la contemporaneità si è caratterizzata anche per la diffidenza tra ricercatori e practitioner, i quali si accusano reciprocamente di essere abitanti della torre d’avorio e pecore capaci solo di assecondare l’onda del mainstream. Non c’è intervista in cui Steve Jobs non ci ricordi di aver interrotto i suoi studi universitari perchè sentiva di perder tempo; la spocchia del mondo accademico non ha nemmeno bisogno di essere referenziata da quanto è evidente fin dai corsi universitari. Mentre questi due mondi si tengono a distanza i luoghi in cui si costruiscono le policies sono altri e sono privi di controparti.
In quel contesto e nei giorni immediatamente successivi proposi di ragionare di co-autorialità per superare quella diffidenza che dal mio punto di vista limita il potenziale d’innovazione in una fase istituente come quella che stiamo al tempo stesso vivendo e originando.
Di nuovo quel prefisso “co-” tanto caro ai sistemi d’innovazione.
Su questo fronte il lancio della SIE research agenda è quanto ci sia in circolazione di più simile alla co-autorialità per come la intendevo in quei giorni: mira a creare tempi, luoghi e spazi dove sviluppare il confronto tra ricercatori e non per incrementare il potenziale d’innovazione. In Italia Iris Network fa qualche cosa di simile da tempo. SIE research agenda rappresenta un’occasione imperdibile e d’avanguardia perchè riesce a mettere in un’agenda europea (scusate il bisticcio di parole) una procedura potenzialmente in grado di stanare le posizioni più conservative di entrambi i mondi e contemporaneamente rende più rapida e densa la circolazione di saperi, esperienze e critiche.
Quando postai su Twitter un breve pensiero sul tema della co-autorialità non riscosse grande seguito e già mentre lo proponevo come tema c’era qualcosa che non mi convinceva fino in fondo.
Rispetto a questo approccio, che pure ha il merito di voler trasformare in campo di ricerca quelle che fino ad oggi si sono sviluppate come retoriche dell’innovazione sociale, nutro almeno tre aree di “dubbio”:
I. Non basta dire di inaugurare uno spazio aperto di confronto tra ricercatori e non per superare le conflittualità che intercorrono tra le due categorie. Di certo le frequentazioni comuni aiutano, ma non sono “naturalmente” risolutive.
II. Questo approccio è totalmente in linea con il new-mainstream e con il fenomeno dei sistemi dell’innovazione così come vengono descritti da Mariana Mazzucato in “Lo Stato innovatore” quando cita il lavoro di Nelson e Winter (1982), Lundvall (1992) e Freeman (1995). Non presenta quindi particolari tratti di discontinuità con i discorsi circolanti e rischia paradossalmente di ricondurre anche le posizioni e le esperienze più critiche dentro un mainstream indifferenziato e cacofonico.
III. Practitioner e ricercatori hanno in questi anni prodotto e amplificato un discorso fortemente retorico sul tema dell’innovazione sociale, spesso identificando come nuovi processi e fenomeni che sono invece storicizzabili e come diverse alcune modalità di produzione-smantellamento del welfare in senso neoliberale.
Alla luce di queste tre potenziali contraddizioni il rischio è di creare uno spazio di amplificazione più che uno spazio di trasformazione. Questo non ce lo possiamo permettere se sosteniamo di vivere all’interno di una nuova grande trasformazione e attribuiamo all’innovazione sociale un potenziale intimamente istituente di nuove comunità.
Per trasformare quel potenziale in potere dobbiamo forse guardare a strade e processi che non reiterino gli atti e gli enunciati performativi del reale che intendiamo trasformare, pena la sua conferma e riproposizione (Butler 2004).
Negli ultimi trentanni il welfare è stato duramente attaccato da pratiche discorsive che hanno introdotto e affermato l’uso di parole che fanno apparire la co-produzione come un fenomeno dirompente, nascondendone del tutto il potenziale di estrazione e cattura del valore nel capitalismo flessibile. Allora, forse, una cosa che possiamo cercare di fare è di non cadere nella trappola della reiterazione.
Perchè non provare ad uscire dalla logica atomizzata e frammentaria non attraverso la co-produzione ma invece cercare alcune risposte nell’unità del braccio e della mente (Applebaum 1992 cit. in Sennet 1998-99)? Senza voler disconoscere il valore della collaborazione, perchè non ricercarla con e tra artigiani dell’innovazione sociale?
Chiamo artigiani dell’innovazione sociale figure, che già oggi esistono, che ripetono più volte i loro tentativi (pratiche) di innovare lo spazio del welfare scandagliando (ricerca) le implicazioni del loro ruolo e dei loro atti. Camminano domandando(si) potremmo affermare.
Si tratta allora di costruire, a fianco delle comunità del cambiamento composte da un melting pot di ricercatori e non, comunità collaborative composte da figure ibride che riuniscono in biografie coerenti entrambi gli elementi (ricerca e pratiche), possibilmente sviluppati con abilità.
Perchè trovo più interessante questa prospettiva di altre?
Primo, perchè trovo aprioristicamente interessante trasgredire il mantra del co-(tutto) mainstream e intravvedo in questa trasgressione la possibilità di risignificare performativamente il fenomeno dell’innovazione sociale senza introdurre cacofonicamente nuove retoriche ma recuperando una tradizione storica, quella artigiana, ampiamente analizzata e codificata.
Secondo, perchè questo approccio permetterebbe di dare una risposta al bisogno di ricostruire in un quadro coerente biografie atomizzate e precarizzate che vivono la loro vita incarnandosi in lavori e lavoratori/trici confusi e intelleggibili. Permetterebbe cioè di dare un nome a una moltitudine di donne e uomini che oggi faticano a definire la loro condizione professionale (“faccio cose, vedo gente” non è solo una battutata ma è anche un modo autoironico per riconoscere una condizione di grande e spesso dolorosa indeterminatezza).
Terzo, perchè risponde alla “concentrazione senza centralizzazione” delle strutture reticolari frammentate con la tessitura di comunità composte da agenti capaci di reggere consapevolmente e abilmente la specializzazione flessibile della produzione (Sennet 1998-99) grazie al saper bene-fare che sviluppano attraverso la reiterazione della propria opera.
Quarto, perchè questa prospettiva attacca l’ideologia che ha reso istitutivamente negativi, meno importanti e meno audaci gli agenti statuali e offre al mondo accademico (ma non solo), contagiato per contatto diretto dai practitioner-researcher, la possibilità di sviluppare un’audacia imprenditoriale in senso oppsto all’idea di università-impresa (o Stato-impresa) ma nella direzione di una soggettività pubblica intraprendente.
Ma c’è una quinta ragione che contiene e sostanzia tutte le altre nella sua radicalità istituente nei confronti della società così come è oggi istituita: il buon lavoro fatto con sapienza e perizia non richiede all’origine capacità eccezionali quanto piuttosto una grande motivazione e forza di volontà da cui trarre la “forza” per sviluppare capacità eccezionali. Un’innovazione sociale generata in questo modo non avrebbe più bisogno di speaker, star e geni dell’accademia, del web, degli incubatori, del design,… e potrebbe finalmente diventare alla portata di una moltitudine di individui e collettivi spinti da una forte motivazione e da una ancora più forte perseveranza.
Perchè allora non passare da un sistema dell’innovazione sociale a una comunità aperta di brave innovatrici e bravi innovatori sociali? Forse la vera sfida non è mettere assieme ricercatori e non con il rischio di re-inventare la ruota ma costruire una comunità abile e competente con quello che c’è, che è già molto, e con chi si riconosce in questo strano ibrido dell’artigiano dell’innovazione sociale.

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