It’s the co-op! Le cooperative hanno bisogno della sharing economy o la sharing economy ha bisogno della cooperazione?

232928576_92113d574d_z Circa un anno fa in Italia il discorso sulla sharing economy si è agganciato al discorso sulla social innovation (CheFuturo tag “sharing economy”) e in meno di un anno è diventato mediaticamente prevalente rispetto a quest’ultimo. Pochi mesi prima The Economist ne sanciva a livello internazionale la rilevanza economica e politica (The rise of the sharing economy). Pochi mesi dopo sempre The Economist ha rafforzato ancora di più quel discorso con un articolo sulle piattaforme (Platforms. Something to stand on).
Da quel momento in poi in Italia l’accelerazione del discorso sulla sharing economy è stata impressionante. La diffusione di piattaforme globali come Uber, BlaBlaCar, Airbnb,… e il lancio di molte startup che tentano a disintermediare il rapporto tra domanda e offerta di beni e servizi hanno reso ancora più importante il tema. Quando questo processo è iniziato e ha accelerato (in Italia è avvenuto più o meno nello stesso momento) con alcuni colleghi ci siamo chiesti subito (Innovazione sociale e capitalismo relazionale) quanto tempo ci sarebbe voluto perchè, come era accaduto pochi anni prima con la retorica della social innovation, iniziasse a circolare un discorso di questo tipo: “le piattaforme collaborative della sharing economy sono la soluzione per rigenerare un welfare vecchio, inefficace e in evidente crisi”.
Quel momento è già arrivato, più o meno in linea con i tempi che avevamo stimato. Pochi giorni fa un importante quotidiano nazionale (La sharing economy che rinnova il sociale) ha dato il là ad una serie di commenti e dibattiti in rete, per lo più entusiasti nell’affermare il bisogno da parte del sistema italiano dell’impresa sociale di incontrare la sharing economy per rigenerare i propri modelli di business. Questa affermazione ha trovato terreno fertile. Numerose reti e associazioni di freelance workers hanno deposto tutta la loro fiducia nella sharing economy; il Comune di Milano (primo ma non unico) ha approvato un atto formale per far diventare Milano una vera e propria “Sharing City” e ha subito iniziato politiche pubbliche in questa direzione (consultazioni, contest, call,…). Per non parlare poi di contest, fondazioni, workshop e centinaia di appuntamenti che hanno fatto della sharing economy il loro principale terreno di lavoro.
Pochissime sono state le voci che hanno cercato di mettere in luce anche le criticità della sharing economy (C’è sharing e sharing e La rivoluzione della sharing economy al bivio: reale innovazione sociale o super-monopoli?).
La fiducia è totale e diffusa. Capirne le ragioni non è difficile e sarebbe ingenuo tentare di identificarle solo con la potenza del discorso pubblico a favore della sharing economy, che pure ha una sua rilevanza performativa nel generare reputazione e ampio consenso, o con l’ipotesi del capitalismo cognitivo. Come venti anni fa è accaduto per la social innovation, che è intervenuta in un momento di riprogettazione del welfare all’interno del dispositivo neoliberale (Oltre la retorica della Social Innovation), la sharing economy interviene oggi in un contesto che la richiede a gran voce. In un momento in cui l’occidente è in grande difficoltà a coniugare la generazione di valore con la distribuzione del valore generato, la sharing economy offre una risposta semplice e almeno apparentemente efficace: disintermediare.
La disintermediazione offre infatti agli utenti la possibilità di produrre valore e quindi anche reddito attraverso le piattaforme senza teoricamente dover rendere conto a imprenditori e imprese (vissuti come un dazio), perchè è invece grazie alla fiducia e alla reputazione accumulate sulle piattaforme mediante sistemi reputazionali di rating, feedback,… che la loro offerta di beni e servizi trova direttamente una domanda.
Per queste ragioni la sharing economy viene indicata come un possibile driver di sviluppo per il movimento cooperativo, che secondo alcune persone è il più adatto ad incorporare i processi collaborativi della sharing economy proprio perchè ha (tautologicamente) la cooperazione nel suo dna. Questo approccio ha almeno una crepa perchè sorvola colpevolmente sul fatto che il movimento cooperativo, all’opposto,  ha storicamente costruito la sua “ricchezza” proprio sulla sua funzione e capacità di intermediazione, che è esattamente il contrario di quella disintermediazione su cui la sharing economy fonda la sua capacità di generare valore. Già questo ci suggerisce una prima risposta alla domanda del titolo, ma rimaniamo ancora sul “pezzo”.
Questo dipinto (sharing economy > disintermediazione > generazione di valore) viene affermato come vero e in larga misura lo è, ma in Italia manca (o comunque circola poco) un pezzo di discorso che potrebbe aiutarci a cambiare radicalmente la prospettiva. È un pezzo di discorso che a livello internazionale trova spazio nel lavoro della p2p Foundation e di decine di ricercatori e attivisti del mondo p2p e che ora più che mai è necessario recuperare con forza anche in Italia.
È necessaria e urgente una riflessione sulle forme di governance e di proprietà delle piattaforme collaborative. Non è indifferente sapere se quelle piattaforme sono una multinazionale profit o un commons… Nel primo caso i loro proprietari (che Bauwens e Kostakis definiscono capitalisti netarchici) hanno la possibilità di estrarre valore da quelle stesse piattaforme e di venderlo al miglior offerente. Questo significa che estraggono valore dalle relazioni di fiducia e dalla reputazione di chi produce e consuma attraverso la piattaforma. I quaranta miliardi di dollari che vale Uber sono la monetizzazione della fiducia e della reputazione che si sono sedimentate sulla piattaforma. La finanziarizzazione del mercato al confronto sembra un’operazione equa e solidale…
I commons, all’opposto, non vietano che il valore si costituisca e sedimenti nella piattaforma ma certamente impediscono che quel valore venga estratto e rivenduto a vantaggio dei proprietari della piattaforma.
La proprietà e la governance delle piattaforme diventano allora lo spartiacque per decidere quale modello di sviluppo vogliamo perseguire mediante queste stesse piattaforme. Sono lo spazio dove la competizione tra i working poors (spesso freelancers) produce valore per pochi proprietari o un luogo dove sviluppare asset comunitari (fisici e non) per distribuire il valore generato nella comunità?
Nella prima ipotesi il movimento cooperativo ha bisogno della sharing economy solo se vuole avviare un processo isomorfico nei confronti dell’impresa profit tradizionale.
Nella seconda ipotesi è invece la sharing economy che ha bisogno di guardare ai modelli cooperativi storici e al tema della proprietà comune.
Leggendo i discorsi, i tweet e i post dei “pionieri” italiani della sharing economy pare di capire che il loro obiettivo sia quello di generare valore per la comunità. Se è così allora non è la cooperazione che ha bisogno di innestarsi la sharing economy (che peraltro è di per sé stessa nel suo codice genetico) bensì la sharing economy che ha un grande bisogno di studiare, comprendere e incontrare i modelli cooperativi e studiarne i modelli di governance. Non si tratta di voler misurare il peso di due universi, al contrario. Si tratta piuttosto di provare ad immaginare cosa sarebbero Uber, Airbnb o BlaBlaCar costituite in forma cooperativa… una vera grande trasformazione!

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