Il potere dell’atto al tempo della norma

semplificareIl dibattito sul nome del prossimo Presidente della Repubblica italiana non sta raccogliendo grandi entusiasmi e ancor meno interesse. I quirinalisti non fanno di meglio, ma c’è un pezzo del loro discorso che è interessante. Secondo loro il prossimo Presidente dovrà essere una persona con grande conoscenza dei meccanismi di funzionamento della macchina istituzionale, per saper bilanciare i poteri e i contropoteri previsti in Costituzione. Aggiungono che il sistema è talmente complicato che la competenza da sola non basta, serve anche una persona di grande esperienza per sopravvivervi. Sostenere che servano competenza ed esperienza per gestire la complessità del ruolo presidenziale non appare strano, anzi.
Il fatto è che questa stessa complessità burocratica la ritroviamo, a cascata, in tutti i livelli più bassi dell’organizzazione dello stato, fino alle più basilari forme della partecipazione civile: costituire un’associazione è quasi semplice ma farla funzionare diventa complicato, soprattutto perchè non esiste un’unica normativa di riferimento ma bisogna destreggiarsi in una molteplicità di norme parziali mutuate da altri settori (fisco, imprese,…); chi opera all’interno di una cooperativa sa quante e quali sono le procedure che è tenuto a conoscere per gestire correttamente l’impresa (si va dall’obbligo di assicurazione integrativa, alla revisione periodica,…); chi decide di fondare un’impresa deve dedicare una porzione rilevante del suo tempo a scegliere la forma societaria più adatta tra le molte disponibili (responsabilità, titolarità, settore,… sono solo alcuni degli elementi da tenere in considerazione per scegliere la forma più efficace ed efficiente); non parliamo poi di chi decide di tentare la strada della partecipazione politica, per scoprire che candidare una lista ad una semplice elezione comunale richiede procedure di garanzia tutt’altro che agevoli (firme autenticate,…); fare la dichiarazione dei redditi e pagare le tasse richiede una capacità organizzativa pari a quella di una micro-impresa per archiviare e catalogare la documentazione necessaria a calcolare le detrazioni e le deduzioni. Potrei continuare a lungo ma si sa, e soprattutto si dice, in Italia tutto è complicato… ed è anche piuttosto vero, come dimostra il fatto che per realizzare ognuna di queste azioni è necessario rivolgersi ad un professionista, che è talmente indispensabile da potersi permettere la richiesta di lauti compensi.
Il complicato è una cifra effettiva del contesto italiano e genera almeno quattro conseguenze, di cui solo una positiva. Partirò dalla prima per evitare di essere tacciato di gufismo.
1. Di fronte a una quantità smisurata di informazioni, procedure, articolazioni, eccezioni, agevolazioni… la nostra creatività deve inevitabilmente entrare in gioco per trovare la soluzioni migliore al problema da risolvere. Poco tempo fa un amico e collega mi ha raccontato che i suoi partner commerciali tedeschi lo chiamano ogni volta che hanno un problema grave. Non per trovare la soluzione, a quello ci pensano loro che sono precisi e organizzati, ma per offrire loro più soluzioni possibili ad uno stesso problema. Secondo loro solo a noi italiani riesce così bene trovare strade diverse per raggiungere un obiettivo. Io la chiamo creatività. Nel nostro sistema si chiama sopravvivenza.
Ora però iniziano le note dolenti.
2. Un’evoluzione di quella prima conseguenza positiva è rappresentata dall’individuazione di soluzioni illegittime e irregolari. Per me non è assolutamente un problema l’irregolarità in sé, anzi. Il problema è che spesso quell’irregolarità persegue un interesse specifico e speculativo a danno di altri. Il sistema delle tangenti, degli appalti truccati e delle relazioni mafiose si installa su un hardware di base, l’organizzazione dello stato, che è talmente complicato da favorire la costruzione di veli, muri e barriere estremamente funzionali all’interesse specifico di alcuni. Più aumentano leggi, norme e decreti più si trovano inganni per aggirarli.
3. Per altri le complicazioni sono tali da rinunciare a perseguire il proposito iniziale. Svolgo attività di consulenza per aspiranti associazioni o imprese da circa dieci anni e posso affermare che tra chi mi contatta con un’idea da realizzare solo una persona su dieci costituisce poi l’associazione o l’impresa. Almeno cinque rinunciano perchè si rendono conto, fortunatamente, che l’idea non era poi così buona o originale, ma gli altri quattro lo fanno perchè si rendono conto che la complessità che dovranno affrontare gli impedirà di concentrare i loro sforzi ed energie sull’obiettivo iniziale. Sono accusati, solo in piccola parte a ragione, di non avere il fisico per “fare l’impresa”… il fatto è che gli manca (solo) quella parte di fisico necessaria a governare la complicata burocrazia che gli viene innaturalmente imposta.
Infine, c’è una quarta conseguenza, grave quanto le altre se non di più. Premiando l’esperienza burocratica il sistema costruisce una potentissima barriera all’ingresso nei confronti di nuove soggettività. A chi affideresti la tua contabilità? Ad un commercialista esperto che ha già gestito organizzazioni simili in passato? Oppure ad uno fresco di specializzazione che ha effettuato gli studi più recenti ed innovativi? Chi ha dovuto scegliere in passato sa qual’è la risposta, la prima. Questo avviene perchè di fronte al complicato l’esperienza, più dello studio, assume un ruolo prevalente nello sviluppo della competenza.
Il meccanismo italiano degli appalti pubblici è la quint’essenza di queste dinamiche. I requisiti tecnici (di solito, almeno tre anni di esperienza in un settore identico o analogo a quello dell’appalto) e quelli economici (di solito, negli ultimi tre anni un fatturato pari almeno all’importo della gara e maturato nel medesimo settore) creano un sistema nel quale l’aggiudicazione dell’appalto a nuove imprese è l’eccezione e spesso frutto di accordi o alleanze con altre più vecchie e consolidate. Tradotto, a vincere gli appalti sono quasi sempre gli stessi.
La consapevolezza circa questa situazione inizia ad essere diffusa e la capacità di sopportazione ad assottigliarsi, tanto da generare un grande mercato di domanda e offerta di semplificazione fino a raggiungere il comico (si fa per dire) ossimoro dei decreti per la semplificazione. Si usa il decreto, che non è proprio uno strumento semplice da leggere e comprendere, per decretare l’introdurre di una semplificazione necessaria.
Questa domanda e offerta di semplificazione sottendono un approccio che attribuisce un potere originariamente generativo alla norma, alla legge. La norma è la fonte della prassi.
Si tratta di un approccio tutt’altro che complicato da confutare. Storicamente gli accordi internazionali o la definizione dei confini erano la fotografia di uno status quo raggiunto a seguito di un conflitto. La stessa Costituzione italiana è la fotografia perfetta del contesto italiano che l’ha generata: un’Italia territorialmente frammentata, politicamente divisa e appena uscita dalla dittatura fascista. Più recentemente, che cos’è il Job Act se non la fotografia precisa di un mercato del lavoro senza più garanzie e tutele?
La norma, piuttosto, pare avere origine nella sua re-iterabilità nelle prassi. Funziona, cioè, se interviene in un ambiente che la conferma.
Ecco perchè penso che il cambiamento dovrebbe arrivare non dopo un annuncio tautologico o una richiesta di semplificazione quanto piuttosto dall’introduzione di un nuovo agire che solo successivamente alla sua conferma sociale sarà fotografato nella norma. Per lo stesso motivo penso che quella che oggi ci stanno vendendo come semplificazione sia in realtà deregolamentazione. Il fatto è che quest’ultima opera per eliminare le regole, lasciando così operare i soggetti in campo in baso alla forza e al potere che sono in grado esercitare. La semplificazione, invece, riconosce la centralità di regole che hanno la funzione, appunto, di facilitare la possibilità d’azione anche per chi ha meno forza e potere. Forse, quindi, qualche atto realmente contrario alla norma, quindi sovversivo, potrebbe non nuocere a un presente già abbastanza feroce.

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