Anomalie e conflittualità

crucipuzzleQuando guardi i tabelloni delle parole crittografate o dei crucipuzzle ti sembrano uniformi, una ripetizione continua di numeri o lettere che si somigliano tutte. Invece la velocità di risolverle è inversamente proporzionale alla capacità di individuare blocchi differenti di numeri o lettere coerenti. È scorgere la vicinanza di numeri e lettere tra loro diverse, che messe in fila danno dei risultati coerenti, il metodo per affrontare l’esercizio. Ci impiegheresti giorni a risolverlo se ti mettessi a lavorare sulle somiglianze e non sulle differenze…
In questi ultimi mesi stanno emergendo sempre più approcci critici, diversi, al global dream dell’innovazione. Non penso sia completa responsabilità dell’effetto “palla di vetro”, potenziato dai nuovi algoritmi dei principali social network e motori di ricerca che mettono in evidenza le informazioni che sanno “piacerti”. Stiamo piuttosto assistendo ad una fase di allineamento tra pratiche e discorsi che mettono in discussione il presente.
Contemporaneamente fatica ad emergere una riflessione radicale approfondita e realmente innovativa sui meccanismi di funzionamento delle retoriche che alimentano il global dream e conseguentemente si tende a non oltrepassare la soglia del conflitto, soprattutto sul piano teorico, su quel piano che invece alimenta l’intero sistema di pratiche e fonda il discorso mainstream.
In molte di queste riflessioni, rispetto a qualche tempo fa, c’è però una novità: le critiche si muovono agilmente – spesso anche nel corso dello stesso intervento – lungo discorsi, luoghi, organizzazioni, tecniche, policies,…
Senza dichiararlo apertamente, forse perchè esplicitarlo è poco chic e poco radical, rinnovano e rinforzano la contemporaneità e le funzionalità del concetto di dispositif per comprendere il dispiegarsi di pratiche di governo e di potere che sono sempre più ramificate, pervasive, liquide, mutaforma.
Negli anni ’70 Foucault chiamò dispositivo la rete di elementi discorsivi e non discorsivi – saperi, istituzioni, leggi, architetture, discorsi, sistemi di sorveglianza e punizione, metodi di disciplina e addestramento,… – che perseguono una strategia di potere coerente che soggettivizza la condotta di esseri umani “liberi” di prendere posizione rispetto a quel sistema di pratiche. In questo senso è il dispositivo che genera le condizioni di manifestazione dei soggetti, a spiegarne e manifestarne l’evidenza e la necessità storica. L’inevitabilità di una pratica è scelta dal soggetto sotto la pressione diretta e indiretta di un insieme di strategie coerenti. Per capirci, sono sempre gli individui che “decidono liberamente” di vivere ‘in una specie di festa virtuale collettiva no-stop, tutti insieme stretti e connessi l’un l’altro, al di là delle differenze e delle distanze‘ e del peso asfissiante che questa iperconnessione produce.
Applicare questa lente alle retoriche più potenti del nostro tempo può aiutarci a comprendere i fenomeni dell’innovazione sociale, delle startup, della sharing economy e dell’innovazione culturale. Ognuna di loro quattro è sostenuta da un incredibile apparato discorsivo e non discorsivo. Dipartimenti universitari con i loro programmi di studio e ricerca, riviste internazionali piene di storie che “devono” essere raccontate, contest alla continua ricerca delle stars di domani, policies che sospingono attori pubblici e privati, incubatori o coworking o acceleratori con i loro arredi scintillanti, pubblicazioni scientifiche che elencano i numeri del successo, piattaforme digitali animate dai guru del momento dove tutti gli altri possono conquistare il loro briciolo di popolarità, festival che producono e riproducono i riti di comunità che si riconoscono a prima vista,… Insomma, i tratti somatici del dispositivo ci sono tutti.
Quando quel concetto fu “lavorato” si comprese fin da subito che la sua tensione alla soggettivizzazione produceva in sé i nuclei del suo antagonismo. Se il potere opera sul soggetto per farlo “liberamente” aderire al dispositivo, allora il soggetto può anche decidere di non aderirvi ed anzi contrastarlo. Il perfezionamento dei dispositivi nella società dell’informazione e della condivisione ha però reso sempre più difficile riconoscere gli elementi delle loro reti e di conseguenza la costruzione di politiche di conflitto in grado di contrastarne il funzionamento.
C’è però un ulteriore questione che credo debba rientrare in questo ragionamento perchè potrebbe spostarlo dall’approdo naturale al conflitto a qualcosa di diverso: le tecnologie digitali hanno perfezionato a dismisura i dispositivi, cioè hanno potenziato in modo esponenziale la loro capacità di riprodurre soggetti. Mentre un’amministrazione locale, in piena logica capitalistica, distribuisce beni immobili inutilizzati ad associazioni e startup offre ad alcune di queste la possibilità di generare nuove forme del valore. Mentre si “pompano” hipster, in piena logica estrattiva, per farli diventare imprenditori, alcuni di questi potrebbero sviluppare nuovi prodotti o nuove forme organizzative o della produzione. Eccezioni alla regola, va bene. Ma pur sempre esistenti. Diversità da cui (ri)partire. (“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”)
Un tale livello di produzione opera su ritmi accelerati e, per quanto siano oggetti di una strategia coerente, produce soggetti che tra loro presentano differenze. La diversità corre lungo un gradiente che agli estremi fuoriesce dal perimetro del dispositivo che l’ha generata, producendo un’anomalia che riconosce sé stessa come qualcosa di diverso dalla totalità. Una mutazione del consueto che non offre soluzioni competenti ai problemi posti dalla società ma che riflette sulla loro forma e quindi offre soluzioni proprie a problemi diversi.
Nel fare questo, però, soffre di impotenza percepita (per alcuni è l’assenza di conflitto a scatenare questa sofferenza). Mentre cerca di sviluppare un progetto radicale concretizzabile, improvvisa sperimentazioni creative che non la soddisfano completamente perchè incapaci di incidere fortemente sul presente. “La nostra situazione è quindi proprio il contrario del classico impiccio del ventesimo secolo in cui la sinistra sapeva cosa fare (costruire la dittaura del proletariato ecc), ma semplicemente dove attendere con pazienza che si presentasse l’opportunità. Oggi non sappiamo cosa fare, ma dobbiamo agire subito, perchè le conseguenze dell’inazione potrebbero essere catastrofiche. Dovremmo correre il rischio di compiere passi nell’abisso del Nuovo in situazioni completamente inadatte; dovremmo reinventare aspetti del Nuovo al solo scopo di conservare ciò che di buono c’era nel Vecchio (istruzione, copertura sanitaria ecc)”.
L’iper-produzione di anomalie come alternativa al conflitto? La sociodoversità come carattere probabilistico di un nuovo che verrà per selezione naturale? Ne siamo proprio sicuri? Siamo sicuri che un conflitto non sia in corso?
In un sistema che ha un connaturato bisogno, per sopravvivere, di generare continui disequilibri per trovare nuovi equilibri, il conflitto è un momento fondamentale del sistema. L’interruzione del conflitto potrebbe invece essere quanto di più conflittuale possiamo immaginare perchè romperebbe il processo storico fin qui perpetrato. Perchè non fare un passo indietro ed osservare un sistema cannibale che divora parti del proprio corpo? Nel frattempo abbiamo la possibilità, in un altrove che è qui, di continuare nella costruzione di un nuovo immaginario istituente. E’ davvero meno conflittuale?
Nei Canti di Hyperion Dan Simmons ci racconta dell’incredibile fuga di Aenea e Raul Endymion e ci accompagna verso la loro sconfitta nei confronti della Chiesa del futuro che governa la Pax. Aenea non accetta mai lo scontro, scappa e basta. Ma è proprio attraverso quel viaggio che condivide il “vuoto che lega”, lo strumento che sgretolerà la Pax stessa e che permetterà a Aenea e Raul di avere un’occasione per ricominciare… almeno per un po’!

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