Il sole di questo strano autunno

4114500234_5b98b27a4f_zIn pochi giorni sono stati pubblicati in rete tre articoli che sono dei perfetti manifesti generazionali, e altrettanto perfette fotografie del presente.
I loro autori sono tutti giornalisti e questo non mi stupisce. E’ la loro cronaca quotidiana lo strumento per raccontare un presente immobilizzato dagli slogan che inneggiano alla grande trasformazione. Per di più sono giornalisti che hanno trasformato i rischi della multicommittenza in un’occasione per generare valore condiviso all’interno di pratiche culturali e imprenditoriali.
Arturo di Corinto (Critica alla sinistra che ha perso il treno dell’innovazione) tratteggia limpidamente e con abilità pittorica di sintesi la frattura tra la “classe in sè” dei lavoratori cognitivi e le organizzazioni storiche della sinistra.
Jacopo Tondelli (Gli stati generali dei vivi nell’Italia moribonda) convoca Gli Stati Generali dichiarando apertamente che “la partita finale la stiamo giocando e non ci saranno tempi supplementari, perché non possiamo buttare via altri venti anni, neanche dieci, neppure tre”.
Marco Liberatore (L’irragionevole speranza) rovescia il luogo comune che vede la speranza come un’ingenua forma di ottimismo e ce la restituisce nella sua dimensione di tensione trasformativa e sovversiva.
I tre autori rappresentano l’apice narrativo di una incredibile quantità di pratiche che da qualche tempo stanno attraversando il nostro Paese e raccontano con grande capacità autoriale i discorsi che si stanno producendo nel moltiplicarsi delle occasioni di incontro, scambio e collaborazione che reti nazionali stanno alimentando.
Al pari delle “forze che promuovono la fede nell’algoritmo unico, nel regime del calcolabile”, anche il Quinto Stato (e non solo) sta finalmente imparando ad allineare pratiche e narrazioni, generando una soggettività culturale e politica in grado di giocarsela a viso aperto con (contro) gli agenti del conservatorismo.
Tutto questo agire, che a prima vista rischia di apparire come l’apertura di uno scontro generazionale e politico (e forse, giustamente, è anche questo), rappresenta un fenomeno complesso e articolato che ha le sue radici all’interno di procedure di vera innovazione sociale che si sono determinate negli interstizi degli ultimi 20anni. Mentre si alimentava una quantità impressionante di discorsi retorici su innovazione dirompente, classe creativa, coproduzione, innovazione sociale, economia della conoscenza, collaborazione, condivisione,… si produceva una profonda buzzwordizzazione di ogni concetto che avesse una seppur minima tensione trasformativa. Il richiamo al Gattopardo – Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi – è troppo semplice ma altrettanto efficace. Dalla metà degli anni ’90 il discorso mainstream ha cavalcato queste pratiche per sostenere un’estrazione continua e crescente di capitale cognitivo e biologico e per subordinare le forme di vita al lavoro. In questo contesto l’innovazione sociale è stata letta e declinata come uno strumento di governo di processi incrementali finalizzati alla piena e totale sussunzione dei corpi, delle vite e del lavoro al capitale.
Mentre ciò avveniva, però, la conoscenza ha inaugurato percorsi inaspettati. La collaborazione e la condivisione hanno alimentato la circolazione, le pratiche creative hanno inaugurato nuove forme di autosussistenza, nuove intraprese hanno affermato l’esistenza sociale di autorevoli biografie. Come le palline di un flipper, saperi e atti pubblici hanno carambolato da un angolo all’altro, interconnettendo territori, storie, persone e organizzazioni.
Oggi quei puntini iniziano ad unirsi e formare un disegno preciso: il sole su un terreno di collina autunnale. Con un approccio tipico del capitalismo personale, una moltitudine di individui esprime l’urgenza di oltrepassare lo specchio. Molti li riterranno dei cappellai matti e loro stessi si staranno chiedendo se e quali ripercussioni il loro agire avrà sul presente, e sul futuro. In loro, personalmente, vedo degli innovatori sociali i cui schemi stanno delineando il sociale che verrà, che preparano il terreno per l’irruzione di un conflitto, una soggettività istituente di nuove formazioni biopolitiche. Piattaforme nazionali come cheFare, Asociazione Rena o Lavoroculturale e il filotto di festival culturali come ArtLab, Fatti di Cultura o Nuove Pratiche hanno invaso il 2014 e moltiplicato le pazze ore del tè, durante le quali il discorso, la consapevolezza, la conoscenza e la condivisione sono cresciuti in modo improvviso e inaspettato. “Il conflitto, la lotta, l’emancipazione devono molto alla speranza, se è vero che si incontrano nella medesima costellazione, in un moto irrequieto e sorridente, fatto di utopia, immaginazione e desiderio”.
Speranze sovversive sono al lavoro. Un lavoro che ci piace.

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