Contro il pitch

elevator-pitchFestival, workshop, aperitivi, food-event, conferenze, presentazioni,,… sono alcuni dei format che caratterizzano i tantissimi eventi che negli ultimi 12 mesi hanno messo al centro del discorso pubblico i fenomeni dell’innovazione sociale e culturale, guardandoli soprattutto dal lato delle pratiche, dei fatti e delle esperienze.
Ad esclusione dei generativi momenti informali, la quasi totalità di questi eventi ha in comune il pitch quale strumento di relazione principale tra partecipanti, relatori, organizzatori e rete. Funziona splendidamente: la sintesi pro-cura i contenuti per i circuiti social e la retorica incolla l’attenzione delle platee. Ma quale funzione esercita realmente? Ho l’impressione che non si tratti solo di tempi e recinti, di sintesi ed efficacia, quanto piuttosto della costruzione di una televendita permanente. Perchè la loro funzione originaria è esattamente questa: pochi minuti per formulare il “discorso che un imprenditore farebbe ad un investitore se si trovasse per caso con lui in ascensore. L’imprenditore, quindi, si troverebbe costretto a descrivere sé e la propria attività sinteticamente, chiaramente ed efficacemente per convincere l’investitore ad investire su di lui, ma nei limiti di tempo imposti dalla corsa dell’ascensore (Wikipedia)”. Una raffica di colpi in pochi minuti per colpire, convincere, coinvolgere.
Lo strumento calza a pennello in un sistema (produttivo) messo sotto pressione e che pensa di uscirne aumentando le sue capacità di vendita. Fa il paio con la grande enfasi sociale e culturale attribuita alle funzioni branding e marketing. È la forma di storytelling più efficace per impacchettare prodotti rapidamente e facilmente vendibili.
Rifacciamo ‘trucco e parrucco’ alle nostre produzioni, facciamole conoscere… ed il gioco sembrerebbe fatto.
Ma di quali produzioni stiamo parlando? Innovazione sociale e culturale, se non ricordo male. Sono certamente produzioni dall’alto valore simbolico, che ben si prestano a una tale esposizione, ma ritengo che anche il loro valore d’uso debba continuare ad avere una grande rilevanza. L’alternativa è affermare (o accettare) che la sovrastruttura conti più della struttura, che la circolazione preceda la produzione.
Da cultore delle televendite trasmesse dalle emittenti locali, nelle quali ritrovo un’innegabile estetica contemporanea, non ci trovo nulla di male. Da attivista dell’istituente (forse) sistema dell’innovazione sociale e culturale,  mi chiedo se il bisogno prioritario di queste nuove pratiche sia realmente il bisogno di vendita o se invece non sia il bisogno di generare impatti, scegliendone apertamente le direzioni. Cosa vogliamo fare? Produzione cooperativa o estrazione di capitale cognitivo? Costruzione di un nuovo welfare o liberalizzazione di quello esistente? Solo per citare alcuni dei topic più influenti.
Ed è qui che secondo me casca il palco. Il pitch è uno strumento pensato e progettato per fare altro, per impressionare e vendere. Perchè allora continuare ad usarlo in una funzione che non gli appartiene? Non potrebbe valere la pena uno sforzo per inventare o adattare un altro strumento adatto allo scopo?
Se vogliamo alimentare la circolazione di discorsi non retorici sull’innovazione sociale e culturale urge individuare strumenti corretti per far muovere le energie migliori, per attraversare anche i discorsi più scomodi, per affrontare la retorica senza retorica, per trovare nuove direzioni praticabili.
Se l’innovazione sociale e culturale si persegue per favorire una nuova forma di produzione che redistribuisca il valore prodotto e che si ponga la sfida di ricostruire un welfare negato, credo che sia necessario interrogarci simultaneamente su produzione e circolazione e non solo sulla seconda, dando per scontata la prima (che non è buona in quanto tale).
Certamente potrebbe tornarci utile mutuare alcuni strumenti dal mondo del business e questo stesso mondo potrebbe essere estremamente utile come infrastruttura culturale oltre che materiale per realizzare prodotti e azioni che abbiano ricadute sociali positive. Ma quale business? E soprattutto, stiamo attenti a non avere la presunzione di pensare di poterci prendere facilmente singole porzioni di quel mondo. I nessi che lo compongono sono tanto intrecciati che si raccoglie a grappoli.
Raccogliendo lo strumento del pitch stiamo raccogliendo anche un’idea precisa di produzione – circolazione – consumo, indebolendo le potenzialità dirompenti delle pratiche innovative su cui stiamo lavorando.
Utilizziamolo come espediente quando ci serve, ma ricordiamoci di indagare anche cosa stiamo producendo e di decidere cosa vogliamo produrre, per non correre il rischio di praticare il cambiamento per il gusto del cambiamento, fine a sé stesso.

Questo breve post nasce a seguito della lettura di un bell’articolo di Marco Baravalle – “Il rischio (d’impresa) è il mio mestiere (che invito a leggere), nel quale critica l’appiattimento del concetto di innovazione culturale sull’impresa. Questo fenomeno lo abbiamo già visto dispiegarsi dieci anni fa sul fronte dell’innovazione sociale e, in assenza di una riflessione sulle procedure discorsive che alimentano questi processi, è già pronto a divorarsi anche il nuovo framework dell’innovazione culturale. Dal mio punto di vista la vera sfida è oggi svelare queste pratiche (e l’articolo di Marco lo fa benissimo) senza rinunciare a lavorare sui concetti che queste stanno cavalcando. E’ anche per questo errore storico che alcuni circuiti si sono visti soffiare sotto il naso parole e concetti di cui erano stati autori (classe creativa, innovazione dirompente, innovazione sociale,…).
Se vogliamo affermare un’innovazione non fine a sé stessa, dobbiamo imparare a maneggiare con grande abilità le buzzword più efficaci senza lasciarle alla mercè dei discorsi altrui.
Azzardo, le buzzword dobbiamo anche imparare a crearle (o coprodurle, se preferiamo)!

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