#Fattidicultura… in ogni senso!

fatti-di-culturaIn Italia è nato o sta nascendo un ecosistema dell’innovazione culturale e sociale? Con questa domanda è stata aperta Fattidicultura, la quattro giorni mantovana che intreccia storie, pratiche e analisi sulla scena cultura italiana.
Il framework ecosistema spinge subito ad adottare una messa a fuoco a campo lungo, capace di analizzare di indagare il fenomeno nella sua complessità ed interessa. L’approccio strutturalista ci permette di recuperare una buona parte della riflessione teorica costruita attorno ai distretti, di integrarla con quella sullo sviluppo delle città e di tenere contemporaneamente aperta la porta alle metafore ecologiche emergenti (foresta pluviale) che ci arrivano dalla Silicon Valley. Correttamente, prima di arrivare ai fatti, si scatta una fotografia del loro insieme e delle azioni che li tengono insieme, semplificando una complessità che altrimenti rischierebbe di essere indecifrabile. In questo approccio, però, vedo anche un grande limite e paradosso: mentre da un lato, nel mezzo delle pratiche quotidiane, attribuiamo centralità all’attivismo di alcune persone (professionisti, operatori, innovatori,…) nel campo delle analisi tendiamo a guardare il fenomeno nel suo complesso. Teoria e prassi si disallineano e la prima tende a trascurare un fenomeno che rischia di essere identificato e descritto come una elite di operatori culturali e sociali che stringe e tesse relazioni. Assistiamo infatti a continui incontri, dibattiti, confronti, inviti reciproci,… molti dei quali avvengono durante occasioni come quella mantovana e tantissimi altri avvengono in rete attraverso blog, social e piattaforme. Connessioni tra parti di uno stesso ecosistema nazionale o circuito autoreferenziale di produttori culturali e sociali? Per capire cosa è veramente questo fenomeno, l’unico modo è indagare le sue origini e le modalità attraverso le quali si è costituito.
Per farlo provo a ricostruire una storia che si compone di un prologo e tre movimenti, dei quali l’ultimo è ancora del tutto in fase di scrittura.

Prologo
Siamo tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000. Il primo liberismo, quello di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, ha avuto tutto il tempo per configurare un nuovo rapporto tra stato, mercato e comunità. La loro stagione è da poco finita e il mondo occidentale si affida ad una serie di governi liberal progressisti che mettono ulteriormente mano ad un mercato del lavoro che era già stato radicalmente trasformato nei vent’anni precedenti. In Italia interviene un’imponente riforma che viene oggi ricordata come Legge Biagi, come se fosse stata il prodotto di un autore e non l’esito di un fenomeno storico che ha attraversato tutto l’occidente. Quella riforma attribuisce centralità ad una categoria che fino a quel momento era stata considerata marginale nel mondo del lavoro, la precarietà. La flessibilità esisteva già e veniva praticata attraverso gli strumenti allora disponibili. Quella nuova dimensione ha generato una fenomenologia che ha stravolto il rapporto tra individuo e lavoro, prima di tutto frantumando ogni separazione tra tempi di vita e di lavoro. Oggi ci troviamo a discutere di biocapitalismo da un lato e di conciliazione tra tempi di vita e lavoro dall’altro perchè in quegli anni la voracità del capitale si è spinta oltre il bisogno di forza lavoro e ha iniziato a cibarsi di vite intere messe prima al lavoro e oggi all’innovazione, per rispondere al mantra secondo il quale l’unico modo per uscire dalla crisi e innovare.

Primo movimento
Siamo nei primi anni 2000 e ci accompagna fino al 2010. La prima coorte di quelli che oggi vengono definiti millennials sperimenta sulla propria pelle le trasformazioni del mercato del lavoro (precarietà), del welfare sociale e culturale (contrazione della spesa), e quindi del rapporto vita-lavoro. Supportata da uno sviluppo tecnologico che ha favorito e facilitato forme di interazione e conversazione permanente, la vita lavorativa delle persone si è estesa nel tempo e nello spazio. Il fatto che oggi molte politiche aziendali (Luxottica, Generali,…) e importanti istituzioni pubbliche (Programmi europei e Regioni come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto) promuovano pratiche volte a favorire la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro è un indicatore di quanto questo fenomeno abbia messo in discussione la relazione storica individui e lavoro. Da un lato abbiamo assistito al dispiegamento di grandi pressioni sociali e culturali che hanno ristrutturato scale di valori e di aspettative e per alcuni sono arrivate a generare delle vere e proprie “psicopatologie del capitalismo cognitivo”. Dall’altro lato hanno prodotto un ambiente fortemente competitivo, quasi cannibale in senso darwiniano, all’interno del quale alcune persone hanno sviluppato un’attitudine all’intraprendenza che in alcuni casi è sfociata in imprenditorialità. Quindici anni fa la creazione d’impresa era, in modo molto più rassicurante, una prospettiva fortemente legata all’origine e alle aspirazioni personali. Oggi quella stessa creazione viene presentata come necessità sistemica per produrre innovazione e per costruire prospettive occupazionali.

Secondo movimento
Iniziato nel 2010 ci accompagna fino al presente. Sono gli anni in cui la prima coorte interamente cresciuta in questo nuovo mondo del lavoro è giunta alla piena maturità professionale. I millennials, superati i trent’anni, occupano posizioni di primo piano in molte organizzazioni pubbliche e private. Sono ancora pochi, come è naturale in un paese che si contraddistingue per la senilità, ma iniziano ad esserci. Forti di una capacità e di una consuetudine comunicativa superiore alle generazioni precedenti, acquisiscono in molti casi una grande visibilità all’interno di circuiti interessati e attivi sui dell’innovazione, dello sviluppo e della cultura. Non sono ancora mainstream, ma neanche più mosche bianche nascoste nelle pieghe del sistema. Sono interamente cresciuti dentro la precarietà e hanno raggiunto i livelli apicali nel bel mezzo di una grande crisi (e trasformazione) economica. Incarnano una nuova idea di lavoro e soprattutto quello spirito del contemporaneo che cerca di tenere assieme aspirazioni individuali e sogni collettivi. Ci vengono (opportunisticamente aggiungo io) presentati dall’Huffington Post e dall’Harvard Business Review come quelli che potranno risolvere i problemi del mondo, creati dalle generazioni precedenti, grazie a nuove scale di valori: creatività, sociale, cultura e condivisione precedono per loro il sogno di ricchezza. Nuove tecnologie, innovazione sociale, sharing economy, startup, incubatori, fablab, ecosistemi, innovazione dirompente,… sono i loro campi, strumenti e processi di riferimento. Festival, social network e progetti sono i loro terreni di incontro e confronto.

Terzo movimento
Ha un inizio in un tempo indefinito del futuro prossimo. È il momento nel quale le attuali interconnessioni produrranno un fenomeno coerente, ecosistemico o meno. Predirlo oggi è quasi impossibile a patto di non aver perfezionato la psicostoria inventata da Isaac Asimov nel ciclo delle Fondazioni. È invece possibile già oggi identificare i fenomeni presenti che le stanno originando. Comunità locali complesse stanno generando pratiche innovative in ogni regione italiana, generando una geografia economica che travalica i confini istituzionali. Bari, Bologna, Firenze, Mantova, Matera, Milano, Palermo, Siena, Trento, Venezia,… sono solo alcune delle città dove locale e nazionale (in alcuni casi internazionale) coesistono e si incrociano in modo continuativo, a progetto. In ognuno di questi territori emergono decine o centinaia di biografie interconnettive che alimentano relazioni sovralocali. Persone che si contattano l’un l’altra come se cercassero di integrare e potenziare il proprio bagaglio di risorse, competenze, esperienze e aspirazioni. Sono persone che coinvolgono intere organizzazioni complesse in un dialogo che spesso esprime visioni tra loro molto differenti ma che accettano ugualmente il confronto e si danno credito reciproco. C’è chi punta molto all’institution building, chi al conflitto generativo, chi alla condivisione di pratiche, chi alla produzione di nuove forme di governance,… insomma ce ne è di tutto un po’, ognuno con la sua propria competenza e onestà intellettuale. Non credo si tratti di pragmatismo generazionale quanto piuttosto dell’urgenza di voler trasformare un sogno collettivo in un sistema di pratiche qualificanti capaci di progettare il futuro.

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