Indagare l’innovazione sociale nelle sue prassi e comprenderne gli impatti sugli individui

glassesiconTra agosto 2013 ed oggi ho letto e riletto centinaia di documenti (‘temo’ ormai siano qualche migliaio) contenenti le parole innovazione sociale, scritte così, in sequenza, spesso con l’iniziale maiuscola. Documenti attuali, contemporanei e moderni, risalendo per ora fino al 1858. Il mio intento non è stato quello di costruire una storia dell’Innovazione Sociale, se no saremmo dovuti ritornare indietro fino ad Adamo ed Eva o chi per loro, ma una storia dell’innovazione nelle pratiche sociali. Il suo continuo e ondulatorio riproporsi in occasione di ognuna delle ultime grandi trasformazioni sociali del mondo occidentale ce la restituisce come un fenomeno connaturato agli esseri umani quale corpo sociale e si ripresenta incessantemente come causa ed effetto, simultaneamente, di altri processi. Torniamo all’oggi. L’innovazione sociale è attualmente al centro ci un ‘Circolo’ sempre più ampio che genera un discorso che dice almeno due cose:
– all’umanità occidentale: eccoci qua, noi siamo quelli che possono cambiare questo mondo così ingiusto, iniquo, diseguale, esauribile,…
– ai membri del circolo: stiamo riuscendo ad attribuire centralità al business sociale e alle organizzazioni che dichiarano di generarlo.
Grazie all’enfasi e alla capillarità di questo doppio discorso l’innovazione sociale è oggi al centro di una molteplicità di scelte politiche dell’Occidente, che la stanno sempre più collocando al centro di molte istituzioni e programmi. Tanto per capirci, Google.it ci restituisce più risultati quando ricerchiamo la stringa ‘innovazione+sociale’ di quando ricerchiamo quella ‘nuove+tecnologie’.
Anche interrogarsi sull’innovazione sociale problematizzandola, a mio parere, rappresenta una scelta politica, che significa:
– rifiutarsi di indagare l’innovazione sociale a partire dai problemi del capitalismo e affrontarla invece come un fenomeno reale,
– voler rispondere in termini positivi ad alcune domande su quali sono i suoi autori, le sue funzionalità e le sue strategie,
– cercare di aprire gli occhi sugli effetti dell’innovazione sociale sugli esseri umani che intrecciano i loro destini a quelle azioni sociali innovative,
– porre l’innovazione sociale nel suo tempo proprio, in quel tempo che ne ha fatto un baluardo delle politiche degli stati occidentali.
Porsi questi obiettivi di ricerca significa affrontare il problema di come si lega questa fenomenologia con lo sviluppo storico dello stato fino alla sua forma contemporanea? e come affronta l’esistenza di una cittadinanza che di questo stato è dichiarata soggetto e oggetto?
Non penso e quindi non voglio affermare, banalizzando, che l’innovazione sociale sia al servizio del capitalismo neoliberale ma affermare che andrebbe analizzata anche nelle sue funzionalità d’uso, parzialmente all’interno di strategie coerenti e unitarie che a questo sistema si riferiscono. Per farlo abbiamo però bisogno di una cassetta degli attrezzi piuttosto ricca, cioè di un set di strumenti che ci aiutino a comprendere alcune situazioni che oggi ci vengono spesso presentate come date, scontate, normali:
– la costituzione culturale di un welfare-nemico perchè incapace di rispondere ai bisogni della cittadinanza,
– il successo e la diffusione di formulazioni semplici per descrivere fenomeni complessi.
In quest’anno di ricerca sull’innovazione sociale ho tentato di rintracciare le ragioni e le prassi che hanno favorito il suo affermarsi in questo nostro momento storico, istituzionale, economico,…
Per farlo ho usato la lente della storia.
L’innovazione sociale si pone come framework concettuale almeno dalla metà del 1800, anche se nel prossimo futuro intendo interrogare i documenti per verificare se è stata utilizzata anche precedentemente dato che già nel 1700 abbiamo traccia di campagne sulla mortalità, sulle vaccinazioni, sul matrimonio,… quali forme di uno stato moderno che si occupa di salute, sicurezza, difesa, benessere.
Mostrare l’origine di questo concetto, che è un’origine avida di complimenti che individua negli innovatori sociali i socialisti e gli anarchici destabilizzatori dell’ordine, e il processo attraverso il quale in un dato momento storico, la seconda metà del ‘900, viene invece riletta in chiave positiva  ci serve per scuotere la falsa evidenza che ce la presenta come naturale, evidente, indispensabile e scontata. Così facendo possiamo acquisire consapevolezza storica della nostra attualità e cercare di comprendere con che tipo di realtà siamo in relazione. Questo lavoro ci ha permesso di comprendere che gli anni dal 1995 al 2000 sono gli anni in cui l’innovazione sociale viene riletta in chiave positiva e proattiva, sono gli anni del passaggio, di discontinuità, di una trasformazione che ha reso possibile questa rilettura e questa sua nuova affermazione. È in quegli anni che vanno rintracciate le strategie, i sostegni, gli incontri, i giochi di forza e le connessioni che in quel preciso momento storico hanno attribuito gli aggettivi di universalità e neccessità all’innovazione sociale.
Non si tratta di contrapporre radicalismo e riformismo né tantomeno di fare le pulci ad una sinistra che autorando (Blair), curando (Clinton) e promuovendo (Obama) il concetto di innovazione sociale tenta di placare le voracità del capitalismo e si candida a fare un lavoro di curatela delle politiche neoliberali (anche se devo dire che è una prospettiva più divertente di altre, ricca di prassi com’è). Mi interessa indagare l’innovazione sociale nelle sue prassi e comprenderne gli impatti sugli individui, sulle loro vite e relazioni perché sono questi i soggetti e gli oggetti ultimi dell’azione sociale, innovativa e non.
Partire da quella singolarità, da quella discontinuità, e proseguire a ritroso e in avanti nel tempo ha imposto di accrescere il campo di ricerca inizialmente perimetrato. Abbiamo guardato alla rivoluzione industriale e al positivismo americano, così come ai commons, coworking, nuove tecnologie, incubatori e startup perchè gli elementi che sono entrati in relazione sono tamti e complessi. La tentazione di riunirli dentro il grande tema del rapporto tra capitalismo e conoscenza è stata forte, ma ricercare una unità di analisi e una riduzione delle linee di ricerca ci avrebbe invece portato ad accettare le cose così come sono senza sfidarle e provocarle.
Non si tratta di sfidare per il gusto di sfidare, anche se esercita il suo fascino. Si tratta di sviluppare una ricerca e un’azione che sappiano mettere in discussione l’esistente, anche
– per favorire la moltiplicazione delle forme di relazione tra il mondo dell’impresa collaborativa (che in alcuni casi è sociale) e il mondo delle startup che operano sul consolidamento delle reti in senso lato sociali,
– per creare filiere di produzione artigianale nell’ambito dell’economia culturale e creativa rigenerando e qualificando produzioni di qualità che nel corso degli ultimi anni hanno rischiato di essere spiazzate dalla competizione internazionale,
– per promuovere un sistema imprenditoriale fondato sui principi di cooperazione e collaborazione tra diversi soggetti su base locale e interconnessi su scala internazionale.
La ricerca sull’innovazione sociale può così lavorare sul paradosso delle forme emergenti di economia “social” e la scarsa presenza di modelli cooperativi per la gestione di processi e organizzazioni che dichiarano di avere nello sharing il loro principio di regolazione. Eppure i modelli cooperativi ci sono e ci sono stati e hanno generato innovazione sociale anche quando non la hanno chiamata tale: cosa è se non questo l’esperienza di Franco e Franca Basaglia e il tentativo di rivoluzione (in parte anche riuscito) della psichiatria italiana?
Storie da cui ripartire ce ne sono davvero tante, si tratta solo di esercitare l’imbarazzo della scelta!

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