Innovazione. Il ‘quando’ e il ‘con chi’ contano eccome!

XVenerdì scorso mi ha contattato via Facebook una vecchia conoscenza incrociata tra il 2006 e il 2008 in uno dei tanti progetti che all’epoca avevamo lanciato con Sumo. Il suo messaggio mi ha fatto ricordare che l’iniziativa in questione era sul rapporto tra nuove tecnologie, culture open source e associazionismo non profit. Buffo, proprio in questi giorni sto lavorando con il m.a.c.lab all’organizzazione di una sessione del Workshop sull’Impresa Sociale 2014 su Nuove tecnologie per l’impatto sociale: come ridisegnano i servizi. Oggi il tema è assolutamente mainstream e al centro del dibattito internazionale sul futuro dell’impresa sociale. Sette anni fa, invece, avvicinammo quel filone di lavoro con spontaneità e spregiudicatezza e dopo poco meno di due anni lo abbandonammo perchè non riuscimmo ad individuare uno sbocco economico in grado di sostenere il nostro impegno. I tech guardavano con diffidenza i social e viceversa. Il mercato non aveva ancora reso pubblico di aver colto il valore generabile dalla loro interazione. I nerd erano ancora nerd e non ancora cool. Le Istituzioni tentavano di costruire due universi paralleli. Tra il 2001 e il 2010 a Sumo questo scherzetto capitò almeno altre due volte su altrettanti temi: innovazione culturale e innovazione sociale.
Parlando di innovazione culturale nel 2001 trovammo pochi disposti a discuterne, quasi tutti nei circuiti underground dell’autogestione. Ne trovammo ancora meno nel 2003 disposti al confronto sul bisogno di rispondere in modo radicalmente diverso ai bisogni sociali. Le esperienze più consolidate e conosciute in ambito culturale e sociale ci accusavano di essere “unprofessional” perchè non accettavamo i loro codici e strumenti.
In cooperativa non ci mettemmo molto a capire che
1. se volevamo sopravvivere e costruire un minimo di economia,
2. se volevamo avere la possibilità di raggiungere almeno una parte degli obiettivi che ci eravamo prefissati
avremmo dovuto portare sottotraccia quei tre filoni di lavoro e iniziare ad usare un lessico e operare in settori comuni alle altre organizzazioni sociali e culturali: politiche giovanili ed educative, marginalità, informazione,…
Quelle istanze, pur rimanendo fondamento del nostro agire cooperativo (tanto fondamento da essere ancora oggi per alcuni di noi ambito operativo e di ricerca), furono messe in secondo piano. La cooperativa fortunatamente è cresciuta, anche in anni in cui molte altre piccole imprese sociali sono entrate in sofferenza, ma ci è sempre rimasto l’amaro in bocca per l’occasione persa.
La prima lezione che abbiamo ricavato da quell’esperienza è che essere in anticipo sui tempi non sempre è un bene. Se l’anticipo è troppo, i tempi per intercettare la nascita e la crescita di un mercato si allungano e diventano difficili da sostenere per una piccola realtà organizzativa. Certo, quando quel mercato nascerà si potrà entrarvi più rapidamente di altri e con un capitale cognitivo in parte già costituito, però non si riuscirà ad intercettare la fase iniziale di accelerazione spinta della domanda e si faticherà a godere dei vantaggi di posizione.
Ma c’è una seconda parte della storia che quel messaggio mi ha riportato alla mente e che ho ricostruito chiedendomi da cosa ci era nata l’idea di quel ciclo di iniziative su tech e non profit (oggi diciamo social) e su chi ci aveva spinto a interrogarci sull’innovazione nel sociale e nel culturale. Certo, gestire uno spazio come il Centro Culturale Il Boldù ci ha aiutato, ma a ripensarci oggi fu tutta ‘colpa’ di alcuni amici che oggi sono ancora attivi nei mondi delle comunità open, dell’arte contemporanea e dei centri sociali. Allora, noi e loro eravamo agli inizi del nostro impegno e negli anni successivi siamo tutti stati impegnati in importanti eventi e processi in tutti e tre i settori. Non si trattava di singole persone ma di membri attivi di subculture ramificate e frequentate in modo massiccio. Non eravamo e non ci sentivamo una nicchia. I numeri ci davano ragione. Contestavamo un’impresa sociale che costava troppo e offriva troppo poco in nome di una qualità garantita solo da titoli formali ed entrammo nel mercato con servizi di qualità sostanziale e a basso costo. Contestavamo la frammentazione sociale prodotta dalle tecnologie e abbiamo tentato di hackerarle inserendole in processi e contesti sociali come case studentesche o mense. Contestavamo il sistema dell’arte contemporanea a Venezia e coproducemmo AAA Arte cerca spazio e oltre 80 esposizioni e 300 eventi performativi in cinque anni.
Furono tutte operazioni fortemente volute e avvolgenti, tentate con successo ma poi sospese perchè di fatto non trovammo compratori che ci aiutassero a scalare quelle idee. Oggi dico sospese, perchè su quei temi siamo tornati in molti a lavorarci con prospettive molto più promettenti, ma per anni le abbiamo pensate accantonate a favore di una normalità che ogni tanto è diventata formalizzazione e istituzionalizzazione.
La seconda lezione che possiamo ricavare da questa storia è che la vicinanza, la relazione vera con i mondi dell’underground e della contestazione sono stati all’origine della nostra capacità di crescere e innovare. Lì dentro abbiamo condiviso e affinato le sensibilità che ci hanno permesso di vedere in anticipo le direzioni che si stavano imboccando.
Dal presente, però, ricaviamo una terza lezione: quando un progetto diventa un’impresa e questa funziona (nel senso che vende e cresce), il suo circuito di relazioni diventa facilmente formale, cioè si mette in relazione con imprese e istituzioni più che con il mondo dell’informalità. E per la crescita e il consolidamento queste nuove relazioni funzionano. Partenariati, ATI, business comuni, accordi,… aiutano a sviluppare ulteriori business e politiche manageriali efficienti. Ma l’innovazione? Rischia di rimanere sullo sfondo, anche cronologico, o viene ricercata mediante processi fortemente ingegneristici. Oppure, anche se difficile soprattutto per tempi e modi delle relazioni, si possono (ri)costruire relazioni costanti e internalità con quei mondi underground dai quali, diventando impresa, ci si è allontanati. Con una avvertenza però: non si tratta, opportunisticamente, di frequentare la capacità di generare conoscenze innovative dell’underground per poi rivendersele nei mercati emersi. Si tratta piuttosto di costruire relazioni di coproduzione in ottica prosumeristica, cioè fondate sulla reciprocità secondo la formula P2P2P2P… fin là dove serve. Chissà che così, ciliegina sulla torta, l’innovazione non sia solo tale ma anche e soprattutto critica, cioè capace di produrre quel lavoro culturale che Sartre dialogando con Basaglia descriveva così: “Per me l’intellettuale non è semplicemente un tecnico. Per esempio uno studioso americano che si occupi della bomba atomica non è un intellettuale, bensì ciò che io chiamo un «tecnico del sapere pratico»: diventa un intellettuale nel momento stesso in cui comincia a interrogarsi sull’importanza della bomba atomica e finisce col contestare il lavoro che fa; vale a dire nel momento in cui constata la propria contraddizione, che è quella di servirsi di tecniche che si fondano sull’universale per fini particolari, appartenenti a un gruppo particolare”…

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One thought on “Innovazione. Il ‘quando’ e il ‘con chi’ contano eccome!

  1. In questo momento che sto cercando di creare un ‘impresa sociale in quel di Belluno. Visito il sito Artimprendo e arrivo fino al tuo blog con scritti che mi aiutano a capire che quello fatto fino adesso non è poi così sbagliato anche se avrei bisogno di qualche consiglio. Please
    Grazie !
    Renato

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