Arte, marginalità e disabilità: i nuovi confini del welfare

10505272_10152525073509663_4902609678813280223_nIl 7 luglio è stata una di quelle occasioni che non capitano troppo spesso, purtroppo. Invitato all’interno di un festival di arte contemporanea (Pulsart) a discutere di welfare, ho avuto l’opportunità di confrontarmi con illustri relatori su quel confine talmente intangibile da essere inesistente che separa il sociale dal culturale. Ritengo che il tema sia di grande attualità per tutti quelli che si occupano di design dei servizi ma più in generale per gli ancora più numerosi operatori sociali e culturali che cercano di ridefinire il proprio ambiente (e mercato) di riferimento. Lungo i percorsi che mi hanno portato a conoscere e studiare esperienze culturali e sociali, sono state frequenti le occasioni in cui è stata grande la difficoltà di collocarle nell’una o nell’altra casella. Le politiche giovanili costruite mediante processi artistici, le fragilità sociali affrontate con gli strumenti dell’empowerment e della formazione, la psichiatria fatta da artisti e artigiani, l’emarginazione riletta e riconfigurata con gli strumenti del teatro. Dove arrivava la competenza sociale e dove iniziava quella artistica? Se davvero è possibile definire plasticamente un punto di inizio e uno di fine… La stessa collocazione istituzionale non sempre riesce ad aiutarci se è vero che molti processi culturali sono accolti dai servizi di welfare e viceversa, secondo logiche che spesso rispondono a razionalità parallele.
Quelle esperienze, però, hanno dei tratti che le accomuna.
Molto spesso sono state inquadrate come innovative perchè ibridavano le dimensioni dell’arte con quelle del welfare. Innovative probabilmente si, nuove certamente no dato che l’esperienza Basagliana di Marco Cavallo risale al 1973.
In molti altri casi hanno favorito l’inizio di dibattiti sulla misurabilità dell’impatto di ciò che è sociale o culturale. Quasi sempre quei dibattiti sono caduti nel vuoto, schiacciati da un sistema burocratico e istituzionale che ha operato per anni, tanto nel settore delle arti che in quello del welfare, secondo le logiche formali dell’accreditamento.
Le gallerie, i teatri e le aste per gli artisti così come le certificazioni e gli accreditamenti per gli operatori sociali hanno operato per una strutturazione rigida e separata dei due ambiti.
Oggi però quel dibattito trova una nuova spinta, ben più diffusa e mainstream. La domanda di innovazione sociale, infatti, impone ai soggetti del welfare e della cultura di mettere al lavoro la propria creatività per generare nuove configurazioni organizzative e di prodotto. L’innovazione stessa è un artefatto culturale prodotto in un tempo dato da un sistema di valori dato in un contesto sociale preciso. Dimensione sociale e culturale sono quindi inscindibili e viaggiano lungo binari paralleli che si sorreggono vicendevolmente. L’innovazione culturale genera nuove forme sociali che a loro volta sono alla base di nuove produzioni culturali e così via in un circolo a spirale senza fine che identifica lo spazio, anche di mercato, socialeculturale.
Produrre innovazione, però, significa anche accettare la sfida di abbandonare il noto (i sistemi formali di accreditamento) per rischiare di persona, per tentare l’abbozzo di qualcosa che, malgrado il rischio di errore, ci aiuti a rompere una situazione cristallizzata, senza aspettare che siano solo le leggi e l’istituzione a sancire le nostre possibilità di azione.

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