Attivismo e impresa si incontrano al tempo degli ibridi

attivismoIn questi ultimi 30 giorni ho contato almeno 15 post di importanti testate – del livello dell’Harvard Biz Review e del The Guardian – nei quali si mette in luce un capitalismo sempre più attento all’impatto sociale, soprattutto grazie alla sensibilità dei più giovani. La tecnica con cui questa tendenza viene enfatizzata è sempre la stessa: ci presentano le storie di aziende e imprenditori illuminati che diventano i rappresentanti di una nuova generazione di ‘capitalisti buoni’. Come se davvero questa tendenza fosse recente… Soprattutto come se non fossero esistiti fin dalle origini della storia degli imprenditori e delle imprese attente anche ai bisogni dei meno fortunati.
Una notizia: si chiamava e continua a chiamarsi filantropia! Tuttalpiù possiamo chiamarla più furbescamente Corporate Social Responsibility. Lo ha ben ricordato David Burkus in Mixing Business and Social Good Is Not A New IdeaLa tecnica con cui si fa di alcuni singoli casi un trend del sistema, mi dispiace dirlo soprattutto a chi fa business-storytelling di professione, non fa del bene a nessuno. Esemplifica una realtà che è molto più complessa. Staticizza delle trasformazioni che sono molto più fluide. Astoricizza eventi che hanno una tradizione e delle fondamenta culturali. Ma soprattutto genera un effetto estremamente pericoloso: costruisce delle retoriche estremamente lineari e potenti che nascondono il nocciolo delle questioni.
Che ci sia un’attenzione molto forte da parte dei giovani al tema dell’impatto sociale e del social business mi pare evidente: contest, call, eventi, spazi rigenerati e festival sono alcuni degli artefatti con cui questa attenzione si manifesta concretamente. Se però la riconduciamo tout-court ad un capitalismo dal volto umano corriamo il rischio di non guardare sotto quello strato di retorica e di perderci quello che lì sotto sta accadendo veramente, almeno in alcuni – molti – dei casi che si citano a profusione via Twitter, Facebook e riviste varie. In molti casi, infatti, i promotori di quelle esperienze – che spesso prendono la forma di associazioni, collettivi, start up innovative, cooperative,… – trovano il loro punto di origine in una dura critica del sistema sociale in cui vivono/operano e decidono scientemente di utilizzare lo strumento dell’impresa (o intrapresa) per coniugare sopravvivenza economica e orizzonte politico. Sembrano volerci dire “Voi mi avete tolto in un sol colpo lo spazio professionale e quello politico? Il diritto al reddito e quello alla cittadinanza? Allora io me li ricostruisco e li coniugo a modo mio in un unico spazio di vita in cui avvengono le interazioni”.
Qui credo che l’attenzione al sociale abbia molto poco a che fare con la filantropia. Piuttosto, mi pare cogliere l’intenzione di costruire un sistema sociale che abbia chiara l’esistenza di quelle generazioni date per perse o dimenticate, di quelle generazioni che strette nella morsa della decostruzione del mercato del lavoro e dei luoghi della militanza politica agiscono incessantemente da almeno 15 anni per ridefinire i confini di nuove comunità. Nulla di rivoluzionario, non temete, si tratta solo della pratica di ricostruire comunità in sostituzione di quelle perdute. Non è un caso se negli ultimi anni abbiamo assistito alla corsa per riconoscersi sotto differenti cappelli: creative commons, social innovation, sharing economy, coworking,… sono solo alcune delle etichette che possiamo utilizzare per identificare i circuiti-tribù all’opera. Sono tribù dai confini precisi ma permeabili e che danno origine a forme di organizzazione assolutamente interessanti che mescolano pubblico e privato, democrazia e direzione, business e valori, legami e competizione, isolamento e collaborazione,…  Circuiti-tribù che creano ibridi insomma (che fa anche molto post-punk, per la cronaca). Anche i loro protagonisti sono abbastanza ibridi. Anche se anagraficamente possiamo rintracciare dei confini precisi – 25-40 anni, gli orfani del posto fisso e i millennial – è interessante notare come le due generazioni, che poi di fatto sono una che va dalla fine degli anni ’70, siano in stretta relazione e capaci di sviluppare percorsi collaborativi che uniscono venticinquenni e trentacinquenni.
Forse… siamo di fronte ad un pezzo di una generazione – che è anche la mia – che ha molto chiaro di vivere metaforicamente in un territorio post-bellico e che ha altrettanto chiaro che in un’epoca storica e in una società fondate essenzialmente sullo scambio di merce contro prezzo l’impresa è l’unico strumento universalmente riconosciuto e accettato per ‘contenere’ il proprio attivismo.

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One thought on “Attivismo e impresa si incontrano al tempo degli ibridi

  1. é un vero guaio, l assenza totale dei modelli in molti territori, affranti dalla condizione di non essere informati! #valleranobond sta cercando per via legale di costituire un gruppo di professionisti e di affrontare il tema in pubblico dominio! mancano appunto dei modelli e tutti i passaggi sembrano molto difficili. la rete é blanda e sconosciuta agli enti di collocamento! L´ obietivo che ci poniamo é di entrare nella cosa pubblica ed ottenere via libera per costituire una fedelizzazione! in questo percorso vedremmo in Busacca un moderatore!

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