Vite al lavoro

sharing Ho passato i miei ultimi trenta giorni a scrivere tre progetti per altrettanti importanti bandi sul tema della conciliazione tra tempi di vita e lavoro. Era un tema che inconsapevolmente vivevo quotidianamente sulla mia pelle e che in questi ultimi mesi è salito alla ribalta, sostenuto dal fatto che il 2014 è proprio l’anno europeo della Conciliazione.
Studiare per scrivere quei progetti, scoprire gli investimenti di istituzioni pubbliche e private sul tema ed evidenziarne la centralità nei nuovi sistemi di welfare mi ha curiosamente portato a comprendere quanto sia oggi una questione fondamentale per il nostro sistema di produzione. Se a prima vista potrebbe apparire come un ossimoro quale tentativo di coniugare due tempi delle nostre vite che tra loro sono del tutto differenti, ad un’analisi più attenta si svela come un pilastro del nostro sistema di produzione. In una fase del capitalismo in cui a farla da padrona è la capacità di generare conoscenza e/o di appropriarsene, lo strumento principale per produrla sono le relazioni, le quali si sviluppano non tanto all’interno dei contesti lavorativi quanto negli attimi quotidiani di vita di ognuno di noi. Ecco che allora il sistema si deve mettere all’opera per rompere ogni barriera tra la vita privata e quella lavorativa. Per sfruttare fino in fondo la nostra capacità di produrre è necessario che scompaia la distinzione tra vita e lavoro. Una lettura interessante a questo proposito è “La potenza di astrazione e il suo antagonismo. Sulle psicopatologie del capitalismo cognitivo”, nel quale Matteo Pasquinelli riconduce a questa fusione una serie di patologie tipiche del nostro tempo.
Ma torniamo a noi, alla scomparsa della distinzioe tra vita e lavoro. Se la produzione di conoscenza avviene mediante relazioni, ogni momento della vita è potenzialmente inquadrabile come produttivo e quindi lavorativo. Perchè il sistema dovrebbe privarsi del privilegio di beneficiare di tutti questi momenti produttivi? Infatti non se ne priva e introduce nell’organizzazione sociale dei nuovi strumenti che non tendono nè a migliorare la tua condizione di lavoro nè quella di vita. Semplicemente ti aiutano ad essere continuativamente produttivo. Hai da poco partorito un figlio? Nessun problema, un servizio dedicato ti permetterà di rientrare al lavoro dopo appena due mesi. Hai una persona anziana da accudire? nessun problema, un centro specializzato se ne prenderà cura 24h per permetterti di guadagnare tempo produttivo.
Questi servizi di per sè stessi non sono negativi, anzi rappresentano un’opportunità per molte donne e uomini. Quello che però dobbiamo continuamente tenere a mente è che la conciliazione rischia di favorire il progresivo scivolamento verso un workfare del tutto arbitrario e pericoloso in quanto riconosce i diritti di citadinanza in funzione della propria condizione di lavoratore. Si invertono i fattori, cioè. Ti offro il welfare in quanto lavoratore e non in quanto cittadino.
Certo è che in una fase in cui la sharing economy sta affermando un modello produttivo orientato alla relazione e alla collaborazione, la conciliazione come ‘liberatrice di tempo’ diviene lo strumento attraverso il quale si moltiplicano i contesti relazionali e collaborativi in cui le nostre vite vengono messe incessantemente al lavoro.

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