L’innovazione sociale e culturale dei contest: una costellazione di conflittualità latenti?

 E’ di questi giorni il concorso we4italy di Unioncamere per giovani innovatori d’impresa under 40. Non è il primo. Tra il 2013 e il 2014 abbiamo assistito ad un proliferare di concorsi rivolti agli innovatori culturali e sociali: Culturability, Che Fare!, Ediston Start e Ing Direct sono solo alcuni di questi. Sono tutti dei contenitori incredibilmente ricchi di idee, esperienze, persone e collettività. Sono delle incredibili banche dati open che mettono in circolazione una vitalità che in passato era relegata ai margini del sistema, chiusa nella relazione duale tra istituzioni e organizzazioni private. I concorsi non si limitano a distribuire premi in denaro o servizi o a dare visibilità ad esperienze periferiche e con pochi agganci nel sistema dei media, contaminano i diversi attori del panorama culturale e sociale mettendo in circolazione una notevole quantità di spunti e guizzi. Sono inoltre un’incredibile osservatorio sul “cosa bolle in pentola” se pensiamo che a partecipare a questi concorsi sono spesso le organizzazioni più piccole e dinamiche, quelle a cui tutto il discorso mainstream si affida per la produzione di innovazione. Un grande contenitore da cui pescare per comprendere che cosa capiterà nei prossimi due o tre anni.
I pro di queste esperienze sono quindi molti e non ho dubbi che ce ne siano molti altri che qui non ho elencato. Ma credo necessario avere chiaro che ci sono anche alcuni aspetti che con l’innovazione hanno poco a che fare e che secondo me c’entrano di più con il bisogno di manifestare la presenza di alcuni soggetti nei luoghi dell’innovazione, cioè le periferie delle organizzazioni più di sistema.
Il primo e più evidente è la confusione semantica che diventa fattuale. Nelle bacheche di molti concorsi, soprattutto di quelli che per partecipare richiedono una generica forma di innovazione, si mescolano la pasta fatta in casa e lo strumento per l’analisi genetica, il cohousing e la stampante 3d. Tutto questo con un effetto prodotto non tanto per volontà dei concorsi quanto del sistema contemporaneo: la tecnologia sovrasta tutto il resto. Ben vengano allora quei concorsi che hanno una chiara vocazione e che si rivolgono ad uno specifico target di innovatori.
Il secondo, meno evidente ma forse ancora più impattante, è quello di avere una funzione sistemica nei confronti di un’innovazione che spesso non nasce con tale intenzione. Una larga fetta dei concorsi lanciati in anni recenti sono promossi da fondazioni, enti governativi e camerali e grandi imprese multinazionali. Solo pochi, e tra questi spicca Che Fare!, si fondano su un partenariato ampio e non istituzionale. Se i meccanismi concorsuali producono in fieri una valutazione di ciò che va premiato ed è quindi vincente, il rischio è che si premi solo quell’innovazione che è sistemica e si trascuri di valorizzare quella che potrebbe rompere rispetto al presente.
Terzo ed ultimo, con ogni probabilità conseguenza dei due precedenti, le forme visibili di partecipazione a questi concorsi – quasi sempre su piattaforme web interconnesse ai social – obbligano i partecipanti a semplificare i loro contenuti simbolici e culturali. Gli spazi ristretti per legittime ragioni tecniche, l’obiettivo persuasione sempre centrale e i pochi strumenti di narrazione (alla faccia dell’enfasi sullo storytelling) messi a disposizione dalla maggior parte delle piattaforme sono tutti fattori che contribuiscono ad impoverire i contenuti veicolati dai candidati. A parole tutti i concorsi incentivano la narrazione di storie complesse ma solo pochi forniscono strumenti e sistemi per realizzarla o quantomeno favorirla.
Impoverire i racconti, mescolare i fenomeni e premiare l’innovazione sistemica mi paiono essere tre atteggiamenti che favoriscono la stratificazione di una retorica dell’innovazione più che promuovere un’innovazione capace di rompere gli schemi, gli equilibri e le rendite, di rompere le p… ad un sistema che fa dell’innovazione un obiettivo acritico più che uno strumento per modificare un esistente che non convince più.

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