Rileggendo Basaglia…

franco_basaglia-claudio_erne-006_1 Complice l’uscita di un dolcissimo libro di Alberta Basaglia, “Le nuvole di Picasso“, ho riletto tutto d’un fiato “L’istituzione negata”. Tutto d’un fiato è chiaramente un eufemismo, perchè è uno di quei testi che richiede una lettura sempre attenta, capace com’è di offrirti nuovi spunti ad ogni ripartenza. Credo che questo avvenga perchè quella che racconta non è solo la storia della psichiatria italiana, è anche – forse soprattutto – una riflessione aperta e partecipata sulla relazione tra persone e istituzioni. In questi mesi mi sto occupando molto di imprese, che siano start up o imprese sociali, ed entro sempre di più in un mondo in evoluzione, più o meno rapida, nel quale si intravvedono i nuclei di una possibile fioritura per un modo nuovo di intraprendere, fatto di collaborazione, condivisione e relazione. Ma è come se il fiore fosse sempre lì lì per sbocciare non riuscendo mai a rompere quell’ultimo strato di bacello che ancora lo mantiene chiuso. In un workingpaper a cui sto lavorando sostengo che forse un po’ di conflittualità aiuterebbe. Aiuterebbe a rendere evidente che qualcosa di nuovo si sta sviluppando e che questo qualche cosa è e vuole essere chiaramente differente da ciò che lo ha preceduto. Aiuterebbe anche a tracciare i confini, fortunatamente labili e mutevoli, di una rete di comunità che si sono già informate a queste nuove pratiche. Aiuterebbe a rompere una percezione di staticità che si fa sempre più strada nella consapevolezza comune.
Senza volerlo, ma in questi casi la smemoratezza e i saperi inconsci giocano la loro parte, stavo cercando di argomentare un’idea che Basaglia aveva sostenuto in modo molto più chiaro e diretto nel 1965: “Per riabilitare l’istituzionalizzato che vegeta nei nostri asili, sarà quindi più importante sforzarci – prima di costruirgli attorno un nuovo spazio accogliente, umano di cui pure ha bisogno – di risvegliare in lui un sentimento di opposizione al potere che lo ha finora determinato ed istituzionalizzato…”.
E qui la lezione di Basaglia è quanto mai attuale. Oggi l’istituzionalizzato non è altri che la società, lo sono molti dei suoi individui e delle sue organizzazioni, d’impresa e non. Vegetare non vuol dire stare fermi, vuol dire vivacchiare, tirare avanti. Ci riesce sempre benissimo! Restiamo sempre dentro ad un recinto, un sistema, che ci aiuta incessantemente a trovare una buona ragione per pensare solo alla mera sopravvivenza. Che si chiami precarietà, disoccupazione, povertà, debolezza, patologia… sono tutte condizioni che ci richiedono di concentrare i nostri sforzi nel sopravvivere, cioè vivacchiare.
Ma si intravvedono anche comunità che hanno guizzi dirompenti, capaci di modificare le regole  del gioco, almeno del loro gioco. Proprio poche ore fa si sono chiuse le votazioni online dei fantastici 40 di Che Fare!
Tra quei 40 ci sono molte di queste comunità. Come scriveva poche settimane fa Flaviano Zandonai sul suo Blog Fenomeni, i luoghi dove rintracciare questi fermenti vivi e interattivi sono soprattutto gli spazi di coworking, le competizioni e le attività di rigenerazione urbana. Io forse ci aggiungerei anche i Fablab, almeno alcuni, quelli con più relazioni con le comunità in cui sono inseriti.
Ri-citando Basaglia ( 1966), sono comunità che hanno “accettato di uscire dai nostri ruoli per rischiare di persona, per tentare l’abbozzo di qualcosa che, seppure già avrà in sè i germi dei futuri errori, ci aiuti, per il momento, a rompere questa situazione cristallizzata, senza aspettare che siano solo le leggi a sancire le nostre azioni”.
Se Basaglia fosse ancora in vita, per le centinaia di start up che nascono continuamente sarebbe senza ombra di dubbio un ottimo mentor (parola ormai d’obbligo quando si parla di start up…).
E chissà… forse alcune di queste nuove imprese, dalle strane forme e dagli obiettivi mai chiari, piacerebbero molto anche a lui.

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