Droni, disoccupazione, proprietà e potere. E’ sempre la solita storia, ma questa volta di mezzo c’è anche Arduino.

 Pagina 99 Week End dell’8 marzo 2014 ha un inizio pirotecnico, in tutti i sensi. Il pyros è quello della crescente disoccupazione globale. Il tecnico è quello dei droni. Cinque pagine ben fatte che, partendo dagli spunti delle ricerche di Frey e Osborne, hanno il coraggio di dire apertamente quello che sempre più persone pensano: la tecnologia può competere con gli essere umani nello svolgimento di compiti sempre meno routinari e gli esseri umani entrano nel vortice della disoccupazione laddove quei droni sono più precisi, veloci, prestanti ed economici ( “Così l’automazione manda all’aria il mondo del lavoro”). Essere umano vs Drone per guadagnarsi un posto nel sistema produttivo, anche se non sono sicuro che il premio sia proprio una grande ricompensa… In un sistema capitalistico contrassegnato da una fase in cui la produttività si concentra nella conoscenza le macchine, almeno in termini quantitativi, hanno gioco facile data la grande capacità di immagazzinare e recuperare informazioni. Già qui la partita sembrerebbe chiusa: 2-0 per i droni. Il fattore creatività, ancora appannaggio del genere umano, rimette in discussione l’esito del match solo per pochi minuti perchè le learning machine e i pattern recognition riportano il gioco a favore delle macchine che ‘imparano ad imparare’. Partita chiusa! Assolutamente vero, aggiungo io. Lettura della realtà seria e articolata, come Pagina99 ci sta abituando da quando è nato.
Dal mio punto di vista, però, manca un pezzo a tutto il ragionamento. Il tema del rapporto tra essere umano e tecnologia non è certo nuovo, anzi. Attraversa la notte dei tempi da quando i primi uomini (come oggi è probabile che le donne fossero escluse dala discussione) si sono seduti attorno ad un fuoco per decidere se fosse la scelta migliore o no lasciarlo acceso fondando i primi accampamenti semistanziali. Tutto questo per sostenere che la tecnologia è un pezzo della nostra vita, nè più nè meno importante di altri. Un pezzo. Si evolve, vira, si ferma, accelera,… Si muove con noi, in parte per inerzia, in parte sospinta, in parte per moto proprio. Trattarla da nuova divinità (ogni tanto Wired?) o da neo-Belzebù (forse Pagina99?) rappresentano una distorsione del punto focale estremamente pericolosa perchè spostano il nostro sguardo dal tema che a mio avviso è centrale e che si ripete ad ogni salto sociotecnico: chi detiene la proprietà di quei nuovi mezzi tecnici? e per cosa li sta utilizzando? Ad onor del vero Pagina99 risponde ad entrambe le domande: Google ci sta provando ed intende usarli per condizionare sempre di più i nostri comportamenti d’acquisto dicono in modo molto poco velato. Più che plausibile! Quasi sicuro.
Ma non sono del tutto certo che questo passaggio avverrà in assenza di scontro, di dialettica. In un capitalismo cognitivo che per sua stessa natura è sempre più relazionale (relazione, condivisione e collaborazione sono parole sempre più in voga negli ambienti dell’economia) le conoscenze circolano e la possibilità di intaccare la proprietà cresce con loro all’interno di comunità in espansione. Fino a qualche anno fa parevano le prima macchie di un cucciolo di dalmata. Ora iniziano ad essere la maculatura di un leopardo adulto. All’interno di questi luoghi non-luoghi, che sono prima di tutto canali di relazione, crescono la consapevolezza e le capacità di produzione e d’uso. Arduino e i mondi a lui collegati, quelli dell’automazione e dei fablab, ne sono un buon esempio: il sapere tecnologico esce dai sancta santorum dei centri di ricerca delle grandi imprese globali e diventa una conoscenza diffondibile, comprensibile, applicabile, modellabile, usabile. Mi interessa poco l’aspetto tecnologico di tutto questo, lo capisco poco e lo uso ancora meno, anche se con un certo rammarico. Comprendo però che è uno strumento che può essere messo nelle mani della società, anche senza essere composta da soli ingegneri, e che questa può usarlo nei modi che riterrà più opportuno. Ed è qui il vero tema: l’automazione di per sè stessa non genera disoccupazione, genera piuttosto la sostituzione dei lavoratori ma se questi lavoratori avessero la proprietà dei droni che li sostituiscono allora non sarebbero disoccupati ma solo dei felici essere umani più liberi grazie al lavoro che una macchina svolge per loro. Il lavoro sarebbe salvo. Il reddito pure. Ci guadagnerebbero solo un sacco di tempo libero da poter passare a fare ciò che più li aggrada. Oppure, ci guadagnerebbero quelle persone che oggi sono escluse dal mercato del lavoro perchè socialmente inadeguate rispetto a degli standard che nessuno ha imposto ma che esistono eccome: per questo proporre di acquistare un arduino e/o una stampante 3D in ogni cooperativa sociale di tipo B, quelle di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati per capirci, significa inserirli di diritto nella serie A della produzione. Per produrre cosa? a loro l’ardua sentenza, se no che libertà sarebbe?

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