Il conflitto alla base dell’innovazione sociale

 Il tema del conflitto è senza dubbio un concetto centrale nell’apparato conoscitivo delle scienze sociali contemporanee, tanto da essere utilizzato come una delle chiavi di lettura della fenomenologia sociale del nostro tempo. Nel Dizionario di socialogia Luciano Gallino lo definisce come “un tipo di interazione più o meno cosciente tra due o più soggetti individuali o collettivi, caratterizzata da una divergenza di scopi tale, in presenza di risorse troppo scarse perchè i soggetti possano conseguire detti scopi simultaneamente, da rendere oggettivamente necessario…il neutralizzare o deviare verso altri scopi o impedire l’azione altrui”.  Mi interessa però proporre una particolare lettura del tema del conflitto che ha una posizione del tutto originale rispetto alla dicotomia integrazionismo/conflittualismo.
Nel 1990 Niklas Luhmann, attraverso il concetto di sistema, supera la staticità e la sincronicità dei funzionalisti e attribuisce un ruolo centrale al carattere processuale del conflitto. Luhmann osserva che nei sistemi ipercomplessi lo sviluppo di ulteriore complessità procede in modo parzialmente svincolato dall’esistenza di strutture fisse di aspettative, pertanto vi è un incremento di percorsi innovativi rispetto alle società stratificate e tale incremento produce una progressiva cumulazione di effetti, inizialmente prodotti in modo casuale, ma successivamente tendenti a rafforzarsi.
Attraverso un percorso del tutto differente, che trae le sue origini dalla psicanalisi e dalla filosofia, Castoriadis ci propone l’idea che “la storia umana è creazione, ciò vuol dire che l’istituzione della società è sempre auto-istituzione, anche se essa non si riconosce come tale”. In questo senso ogni creazione storica è creazione di un mondo particolare. Se la società istituente è essa stessa all’origine delle istituzioni sociali (o società istituita) significa, per Castoriadis, riconoscere che ogni società è autonoma nel dare origine alle proprie istituzioni. E proprio in virtù di tale autonomia, le istituzioni sociali non possono mai essere considerate date una volta per tutte, immodificabili, imperiture: anzi, “esse si prestano alla loro perpetua riconsiderazione e alterazione” (Esposito, 1995). E’ su queste basi che Castoriadis ci propone  l’idea di una Istituzione Immaginaria della Società come risultato di una dura critica al determinismo, allo strutturalismo e alla rappresentazione funzionalista della società e dei soggetti (Trovar-Restrepo, 2012). L’ Istituzione Immaginaria della Società è definita da Castoriadis (1983) come creazione di una pluralità di sensi e di significati che emergono dall’immaginario radicale e dell’immaginario collettivo, riuscendo così a collegare la dimensione individuale con quella sociale. Ciò che rende possibile all’Istituzione Immaginaria della Società di concretizzarsi nel reale sono il legein – parole, linguaggi e sistemi di significato – e il teukhein – pratiche, istituzioni, organizzazione sociale (Trovar-Restrepo, 2012).
Questo confronto continuo tra società istituita e istituente può essere sintetizzato nel seguente modo: mentre la stabilità dei significati e della società sono una condizione possibile, la società istituente lavora incessantemente nella direzione del cambiamento e dell’innovazione.
Entrambi questi approcci, quello di Luhmann e quello di Castoriadis, possono aiutarci a comprendere l’innovazione sociale come “fenomeno storico che ha segnato gli ultimi duecento anni di esperienze sindacali, cooperative, previdenziali ed altre centinaia di esempi hanno profondamente modificato il modo di rispondere ai bisogni sociali” (Mulgan, Tucker, Ali, Sanders, 2007).
Peccato però che tutto il dibattito mainstream sull’innovazione sociale trascuri bellamente il tema del conflitto!

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