La rigenerazione di spazi al centro dell’agire culturale, sociale, urbanistico

Si tratta di un’annotazione e di uno spunto pro ricerca, forse futura o forse no ma comunque attuale, e quindi di una breve riflessione che propongo a chi più e meglio di me si sta occupando di questi temi sui fronti del management, dell’urbanistica, della pianificazione,… Il tema della rigenerazione urbana appare sempre più come il centro di tutta una serie di studi, ricerche, riflessioni, attenzioni e politiche. Proprio ieri, durante un incontro con alcun* collegh*, è emerso come il tema della rigenerazione di spazi urbani sia oggi al centro di molte discipline, studi, processi e progetti che intercettano i temi e le pratiche del sociale, del culturale e dell’urbanistica. Mi sorge spontanea una curiosità: da cosa dipende tutta questa centralità? In fin dei conti di spazi abbandonati, inutilizzati e sottoutilizzati è piena la storia. Perchè ad un certo punto di questa storia è in questi spazi che trovano casa i temi dell’innovazione, della partecipazione, della collaborazione, del welfare e tutti i loro protagonisti? Ognuna di queste esperienze può trovare la sua risposta puntuale e sono tutte vere, ma se un fenomeno diventa generale, scavalca confini settoriali e territoriali, allora deve esserci una ragione più profonda che accomuna molte di quelle storie.
Mentre ci pensavo, forse ‘contagiato’ dal tempo che in questi giorni sto dedicando allo studio del capitalismo cognitivo e alla sua critica (soprattutto), mi si è formato un pensiero che rilancio.
Questi spazi rappresentano luoghi in cui le conoscenze e i saperi riescono ad aggregarsi fuori dalle tradizionali logiche del capitalismo cognitivo (privatizzazione del bene comune cultura) e  fondano un’economia della conoscenza nella quale quel bene comune si genera, cresce e si propaga al di là di ogni logica proprietaria. In una parola, costituiscono comunità di saperi e pratiche che modificano concretamente le prassi della società in cui viviamo.
A questo punto, però, la domanda fondamentale diventa un’altra, o addirittura due. Quante di queste pratiche imitano, riproducono o ricombinano la società? Quante invece costruiscono immaginari radicali di trasformazione sociale? Non per costruire una gerarchia tra queste, quanto per iniziare a dare loro dei nomi che raccontino cosa stanno veramente facendo…

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